Progettazione e Architettura

Aravena: la mia Biennale sarà raccontata da chi sa guardare lontano

Mariagrazia Barletta

Il curatore della manifestazione internazionale - dedicata al tema "Reporting from the front" - ha svelato i nomi degli espositori scelti

Una signora in piedi su una scala in metallo, che scruta il terreno. È il simbolo della 15esima mostra internazionale di Architettura 2016, presentata ieri nel dettaglio a Venezia dal presidente Paolo Baratta e dal curatore e premio Pritzker 2016 Alejandro Aravena, che hanno annunciato anche i nomi dei partecipanti.

Per l'Italia ci saranno Architecture and Vision, diretto da Arturo Vittori, uno studio che spazia tra progetti di arte e di architettura, cercando soluzioni capaci di equilibrare l'estetica con istanze ecologiche ed economiche; e poi le esperienze del gruppo di giovani progettisti di G124, rinnovato ogni anno, e messo in piedi dal senatore a vita Renzo Piano per aiutare la rigenerazione delle periferie. Ed ancora: lo studio italo-spagnolo Barozzi-Veiga, lo studio C+S Architects di Treviso, fondato da Carlo Cappai e Maria Alessandra Segantini, lo studio italo-francese Lan di Umberto Napolitano e Benoît Jallon, Maria Giuseppina Grasso Cannizzo, Renato Rizzi e Tamassociati, di cui fa parte Simone Sfriso, curatore del Padiglione Italia.
In tutto 88 partecipanti provenienti da 37 Paesi. Di questi 50 sono presenti per la prima volta e 33 sono gli architetti under 40.

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Non mancano nomi internazionali ben noti, tra questi: Aires Mateus, David Chipperfield, le irlandesi di Grafton Architects, Herzog & de Meuron, Inês Lobo, João Luís Carrilho da Graça, lo studio giapponese Sanaa, Kengo Kuma, Kéré Architecture, Nlé dall'Olanda. Ed ancora, solo per citarne alcuni: sir Norman Foster, Rem Koolhaas, Rogers Stirk Harbour + Partners, Eduardo Souto de Moura, Studio Mumbai, Shigeru Ban e Tadao Ando.

Nessuna immagine di ciò che sarà visto è stata anticipata. L'unica immagine mostrata è un'icona che raffigura una signora in bilico su una scala. La donna rappresenta l'archeologa tedesca Maria Reiche, studiosa delle linee di Nazca. Ad aiutare nella comprensione della misteriosa immagine, che racchiude tutto il senso della prossima Biennale, è Aravena: «Viste in piedi sul terreno - dice - le pietre non avevano alcun senso; sembravano nient'altro che pietrisco. Ma dall'alto della scala, le stesse pietre formavano un uccello, un giaguaro, un albero o un fiore». La studiosa rappresenta chi in architettura ha saputo guardare lontano, dando risposta a sfide complesse, a problemi rilevanti per la società; incarna chi può, in uno spirito di condivisione, aprire ad altri nuovi orizzonti. «Vorremmo che la Biennale Architettura 2016 offrisse un nuovo punto di vista come quello di Maria Reiche dalla scala. Di fronte alla complessità e alla varietà delle sfide alle quali l'architettura deve dare risposta, Reporting from the front si propone di dare ascolto a quelli che hanno potuto acquisire una prospettiva e che sono quindi in grado di condividere sapere ed esperienze con noi che stiamo in piedi sul terreno», ha aggiunto l'architetto cileno.

BIENNALE DI ARCHITETTURA. NIENTE DI NUOVO (E SCONVOLGENTE) SUL «FRONT» DI VENEZIA (di Luigi Prestinenza Puglisi)

Condivisione del sapere e apertura al pubblico
Dunque la condivisione del sapere e delle esperienze sarà fondamentale. L'idea è di utilizzare l'arma della condivisione per tentare di ricucire lo scollamento che esiste tra architettura e società. Così, la Biennale parla agli architetti ma anche al pubblico di non addetti ai lavori, compresi i committenti. Interrompere la vecchia tradizione di una manifestazione fatta dagli architetti per gli architetti è il principio cardine. Paolo Baratta prende le distanze da precedenti eventi in riferimento ai quali afferma: «La mia impressione è che terminato il vernissage e incontrati gli architetti, discusso tutto quello che c'era da discutere e date le pugnalate da dare senza ritegno l'uno contro l'altro, lì si esaurisse il compito della Biennale, lasciando il ricordo da architetti ad architetti». «Io gestisco un'istituzione culturale che deve trasferire verso l'esterno le elaborazioni che la ricerca svolge nei campi che sono i nostri», afferma. «Passare dalla corte degli architetti a una Biennale rivolta al pubblico», è una questione legata al senso che bisogna dare ad un'istituzione culturale, secondo Baratta.

Sullo sfondo di realizzazioni deludenti, di occasioni mancate, della costruzione di ambienti di vita di cui l'uomo non può andare fiero, parlare al pubblico significa «riattizzare il desiderio di architettura», afferma Baratta. E lo si fa facendo conoscere alternative possibili alla banalità e al degrado. «Il pubblico rischia di aver perso coscienza e conoscenza di quelle che possono essere le alternative possibili e, se si perde consapevolezza delle alternative possibili, cade il desiderio delle alternative possibili. E se cade il desiderio delle alternative possibili cade il desiderio di architettura», continua il presidente della Biennale. Descrivere esempi positivi, la loro realizzabilità «potrà anche forse stimolare qualcuno tra i visitatori», sia esso un sindaco, uno studente o un qualsiasi cittadino. «Ci interessa - dice - non solo che siano mostrati i risultati ottenuti, da sottoporre a giudizio critico. Ci interessa anche la fenomenologia di quanto accaduto in questi esempi positivi. E cioè come è nata la domanda di architettura, come si sono evidenziati ed espressi le necessità e i desideri, quali procedimenti logici, istituzionali, giuridici, politici e amministrativi hanno indotto una domanda per l'architettura, e quindi consentito all'architettura di trovare soluzioni oltre quelle banali o autolesioniste».

Dall'altra parte il dibattito deve servire agli architetti per comprendere la domanda, le esigenze, le sfide a cui dar risposta. «L'architettura dà forma ai luoghi in cui viviamo. E la vita oscilla tra questioni molto pratiche e questioni intangibili» dice Aravena. Dunque «l'impegno per migliorare la qualità dell'ambiente edificato deve agire su molti fronti: dalla garanzia di standard di vita molto pratici e concreti, all'interpretazione e alla soddisfazione dei desideri umani, dal rispetto dell'individuo alla cura del bene comune, dall'efficienza nell'accogliere le attività quotidiane all'espansione dei confini della civiltà». In sintesi, nella buona architettura le forme nascono da una pluralità di necessità legate alla vita. E conoscere con dettaglio queste esigenze permette all'architetto di meglio rispondere alle domande che gli vengono poste. Il dibattito che si vuole innescare deve servire a comprendere in modo ancor più preciso qual è la domanda di architettura per aiutare gli architetti a dare una risposta più efficace e pertinente. Dunque: «Condividere conoscenze, idee, strategie affinché quello che mettiamo sulla carta sia migliore del non far niente», afferma Aravena. «Abbiamo bisogno di avere più strumenti per rispondere a domande nuove, che non esistevano un decennio fa. Abbiamo bisogno in fretta di informazioni, di più idee, di condividere questa conoscenza», conclude.

62 le partecipazioni nazionali e 3 i progetti speciali
La mostra Reporting from the front formerà un unico percorso espositivo dal Padiglione Centrale (Giardini) all'Arsenale. La vernice si terrà il 26 e 27 maggio, la cerimonia di premiazione e di inaugurazione si svolgerà sabato 28 maggio 2016. 62 le partecipazioni nazionali negli storici Padiglioni ai Giardini, all'Arsenale e nel centro storico di Venezia. Sono 5 i Paesi presenti per la prima volta: Filippine, Kazakistan, Nigeria, Seychelles e Yemen.
Tre i progetti speciali. L'esposizione curata dall'architetto Stefano Recalcati, dal titolo Reporting from Marghera and Other Waterfronts, analizzerà nella sede espositiva di Forte Marghera (Mestre, Venezia) progetti significativi di rigenerazione urbana di porti industriali. Grazie ad un accodo di collaborazione con il Victoria and Albert Museum di Londra, nel padiglione delle arti applicate alle Sale d'Armi dell'Arsenale, ci sarà la mostra A World of Fragile Parts, a cura di Brendan Cormier.
Infine, in previsione della conferenza mondiale delle Nazioni Unite – Habitat III, che si terrà a Quito in Equador nel mese di ottobre 2016, e nel contesto del programma Urban Age, organizzato congiuntamente dalla London School of Economics e dalla Alfred Herrhausen Society, la Biennale allestirà un padiglione dedicato ai temi dell'urbanizzazione e al rapporto tra spazi pubblici e spazi privati, curato da Ricky Burdett.


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