Progettazione e Architettura

Biennale di architettura/2. Niente di nuovo (e sconvolgente) sul «front» di Venezia

Luigi Prestinenza Puglisi

Niente paura: «le cannonate saranno a salve; e le trincee confortevoli. Si capisce da tre indizi»

Reporting from the front? Direi, a giudicare dalla conferenza stampa di presentazione di questa XV Biennale di Architettura, che di notizie dal fronte ne sono arrivate poche. E tutte tranquillizzanti. Le cannonate saranno a salve, le trincee confortevoli e si brinderà nei molti party che accompagneranno l'evento. Tre segnali su tutti ci raccontano del probabile destino. Il primo è l'immagine affascinante e vaga scelta dal curatore Alejandro Aravena per raccontare la sua mostra: una donna che in un deserto sale su una scala per guardare oltre l'orizzonte.
Si sarebbe potuta scegliere la stessa immagine per illustrare almeno altre cento mostre con temi e titoli diversi: segno che se, dopo la biennale di Koolhaas, è bene utilizzare, per non essere da meno, un titolo barricadiero, che parla di guerra e, sotto sotto, di guerra di classe, poi è altrettanto bene dissolverlo nel vago e nel poetico.

ALEJANDRO ARAVENA: LA MIA BIENNALE? RACCONTATA DA CHI SA GUARDARE LONTANO

Il secondo segnale sono le archistar, che saranno, anche se con drappello ridotto, presenti. Come, non erano loro il male dell'architettura? Gli artefici di un mondo fatuo e scintillante? E, invece, rieccole: Tadao Ando, Peter Zumthor, David Chipperfield, Kazuyo Sejima ci racconteranno cosa indossare per non sfigurare al fronte. Del resto non c'è stato il precedente di Adolf Loos che si disegnò la sua personale uniforme per la Grande Guerra, dichiarando che con le vecchie la si sarebbe sicuramente perduta? Il terzo segnale lo dà il tavolo in cui siedono i tre personaggi che hanno condotto la conferenza stampa. Il direttore Alejandro Aravena, il Presidente Paolo Baratta e il dottor Marini. Chi è quest'ultimo? Il portavoce dello sponsor, la Rolex. La memoria va ancora alla Grande Guerra, quando per la prima volta furono dati in dotazione orologi agli ufficiali mandati in prima linea, per coordinare al secondo gli attacchi alle linee avversarie.
Il dottor Marini, ovviamente, non parla di assalti alla baionetta e racconta delle archistar che la sua ditta coinvolge in numerosi programmi. E poi, in fondo, il neo-pritzker Aravena non è anch'egli un'archistar? E un'archistar riesce a surfare sull'onda delle contraddizioni. Ed essere oggi, che lo richiedono i tempi, contemporaneamente progettista di lotta e di governo.

Qualche notizia arriva sugli italiani coinvolti. Saranno Barozzi e Veiga, C+S architetti, Giuseppina Grasso Cannizzo, LAN architects. Tutti bravissimi ma anche loro difficilmente ascrivibili alla prima linea della lotta nel sociale. Motivo per il quale è ipotizzabile che i discorsi più impegnati saranno affidati ai Tamassociati che cureranno il padiglione italiano e al gruppo G124 messo in piedi al Senato da Renzo Piano.

Come si comporteranno i padiglioni nazionali? A questa domanda Aravena ha risposto con disarmante semplicità. «Non lo sappiamo, comunque il titolo della mostra è talmente aperto da lasciar loro spazio». A pensarci bene non è un male, anzi è questa la forza delle biennali: proprio perché sono un pot-pourri e non un piatto unico, ci restituiscono la complessità di un mondo che è traboccante di tante e opposte buone intenzioni.


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