Gestionale

In Italia 17mila cave dismesse, settore senza regole. Realacci: in collegato Ambiente misure per recupero inerti

Alessia Tripodi

Il rapporto sul settore estrattivo in Italia: 1 miliardo di euro di fatturato, ma in 9 regioni manca la pianificazione. Il presidente della commissione Ambiente: aumentare le royalties sull'escavazione per allineare Italia a obiettivi Ue

Quasi 6mila cave attive che producono oltre 120 milioni di metri cubi di materiali inerti all'anno e 17mila siti che, invece, risultano abbandonati. Un settore che, a dispetto della crisi, vanta un fatturato di un miliardo di euro ma che risulta ancora regolato da un Regio decreto del 1927 e, soprattutto, penalizzato da una pianificazione territoriale in alcuni casi completamente assente. E' la fotografia del comparto dell'attività estrattiva in Italia scattato da Legambiente nel Rapporto Cave 2014, presentato a Roma nel corso di un convegno al quale hanno partecipato, tra gli altri, il vicepresidente di Legambiente, Edoardo Zanchini, il presidente della Commissione Ambiente della Camera, Ermete Realacci, e il sottosegretario all'Ambiente, Silvia Velo. Dai dati emerge «l'urgenza di favorire il recupero di inerti rispetto alla continua estrazione di materiali e di riequilibrare l'enorme gap che c'è tra canoni di prelievo e ricavi da estrazione e vendita delle materie prime» ha commentato Realacci, il quale propone «una risoluzione parlamentare per intervenire subito» e poi «l'introduzione di misure per il settore nel collegato ambiente attualmente in discussione alla Camera». Con l'obiettivo di «promuovere l'innovazione e la qualità nel settore edilizio che scommette sempre di più su recupero e riqualificazione urbana, che rappresenta una parte importante della nostra green economy e crea occupazione».

Le urgenze
. Secondo Realacci due sono le questioni da affrontare. «Una - dice - è quella del capitolato appalti, che si può fare con una risoluzione parlamentare che indichi una quantità minima di inerti da utilizzare, offrendo un indirizzo chiaro soprattutto per il ministero delle Infrastrutture» e «l'altra è lavorare sul collegato ambientale dove c'è una parte che si occupa del recupero dei materiali, e dove c'è tutto lo spazio per stabilire delle regole». Altro aspetto, aggiunge Realacci, è «quello delle 'royalty' sull'escavazione che vanno innalzate, perché non c'è possibilità di favorire il recupero degli inerti se conviene prelevare materiali» anche perchè «c'è una distanza inaccettabile - sottolinea - tra quello che recuperiamo di inerti, forse il 10%, e l'obiettivo Ue al 2020 del 70%». In questa direzione va anche la proposta di Capitolati 'Recycle' presentata durante il convegno ed elaborata in collaborazione con Atecap per «stimolare le stazioni appaltanti - dice Legambiente - a intraprendere la strada già fissata al 2020 dalla Direttiva 2008/98, quando dovremo, appunto, raggiungere l'obiettivo del 70% di recupero».

I dati
. I numeri contenuti nel rapporto Legambiente - che ha anche realizzato un e-book sui paesaggi della attività estrattive in Italia fotografati da Marco Valle (clicca qui per la gallery ) - sono «impressionanti nonostante la crisi», dice il report: un miliardo di euro di ricavo, 80milioni di metri cubi di sabbia e ghiaia, 31,6 milioni di metri cubi di calcare e oltre 8,6 milioni di metri cubi di pietre ornamentali estratti nel 2012. Sabbia e ghiaia rappresentano il 62,5% di tutti i materiali cavati in Italia, soprattutto nel Lazio, Lombardia, Piemonte e Puglia, dove ogni anno vengono prelevati circa 50 milioni di metri cubi di queste materie prime. «Rilevanti sono anche gli impatti e i guadagni legati all'estrazione di pietre ornamentali» dice Legambiente.
Ma il quadro normativo risalente al 1927 risulta «completamente inadeguato», spiega il report: la situazione risulta migliore al centro nord, dove sono presenti i Piani Cava (vale a dire gli strumenti normativi che indicano le quantità di materiale estraibile e le aree dove è consentita l'attività di cava), mentre non ci sono Piani in vigore in Veneto, Abruzzo, Molise, Sardegna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Sicilia, Calabria e Basilicata.
Altro nodo critico è quello dei costi. «Prelevare e vendere materie prime del territorio - spiega Legambiente - è un'attività altamente redditizia (1 miliardo di fatturato) ma i canoni di concessione sono scandalosi (34,5 milioni in totale): in media si paga il 3,5% del prezzo di vendita degli inerti; in Lazio, Valle d'Aosta, Puglia costano pochi centesimi; in Basilicata e
Sardegna si estrae gratis». Mentre secondo le stime di Legambiente con l'aumento dei canoni di concessione «gli attuali 34,5 milioni di euro guadagnati dalle regioni italiane per l'estrazione di sabbia e ghiaia potrebbero diventare ben 239 milioni».
«In un periodo di tagli alla spesa pubblica - dice il vicepresidente Zanchini – è inaccettabile che un settore tanto rilevante da un punto di vista economico e ambientale venga completamente trascurato dalla politica nazionale. E' possibile creare filiere innovative di lavoro e ricerca applicata, ridurre il prelievo di cava attraverso il recupero di materiali e aggregati provenienti dall'edilizia e da altri processi produttivi, ma serve intervenire su una normativa nazionale vecchia di quasi 90 anni, per ripristinare legalità, trasparenza e tutela».


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