Gestionale

Dissesto idrogeologico: abitazioni a rischio nell'82% dei comuni, solo il 49% delle amministrazioni fa prevenzione

Alessia Tripodi

Il dossier annuale che monitora le attività di mitigazione del rischio: nel 16% dei comuni programmi «gravemente insufficienti» - I geologi: nel Lazio 350mila cittadini vivono in aree esposte al pericolo di frane e alluvioni

Rischio idrogeologico, abitazioni a rischio nell'82% dei comuni italiani e oltre 6 milioni di cittadini che vivono in zone esposte al pericolo di frane e alluvioni. Un rischio reale che tocca anche le imprese, visto che nel 58% delle zone più fragili si trovano fabbricati industriali. Ma in questo quadro di costante emergenza l'attività di prevenzione e di informazione sui rischi messa in atto dalle ammininistrazioni è ancora insufficiente. Sono i dati contenuti nel dossier «Ecosistema Rischio 3013» elaborato ogni anno da Legambiente e dal Dipartimento della Protezione civile per monitorare le azioni di mitigazione del rischio idrogeologico realizzate da oltre 1.500 comuni tra quelli più esposti al pericolo di dissesto (clicca qui per scaricare il dossier). E intanto anche il presidente del consiglio nazionale dei Geologi, Gian Vito Graziano, accende di nuovo i riflettori sull'allarme dissesto, in particolare per quel che riguarda la Liguria - interessata da nuovi fenomeni franosi - e il Lazio, dove secondo il presidente dei geologi locale, Roberto Troncarelli, «ben 350mila cittadini vivono in aree potenzialmente a rischio idrogeologico e in tutta la regione sono 371 i comuni , il 98% del totale, che hanno un'area almeno a rischio di frana o di esondazione». E meno di una settimana fa l'Ance aveva denunciato che a 4 anni dal varo del piano anti-dissesto - finanziato con 2,1 miliardi di euro - quasi il 78% degli interventi è rimasto sulla carta (clicca qui ).

Il dossier. Secondo i dati Legambiente-Protezione civile «nonostante le ripetute tragedie» anche nell'ultimo decennio sul territorio italiano sono state costruite abitazioni in zone esposte al pericolo di frane e alluvioni (in 186 comuni fra quelli interessati dall'indagine) e, nel frattmepo, solamente 55 amministrazioni hanno effettuato azioni di delocalizzazione di edifici residenziali dalle aree a maggior rischio e appena 27 comuni hanno delocalizzato insediamenti industriali. Ancora insufficienti, poi, le campagne di sensibilizzazione delle popolazioni sui rischi da dissesto, messe in campo in 472 comuni. Complessivamente, dice l'indagine, appena il 49% dei comuni intervistati svolge un lavoro «positivo» di prevenzione e manutenzione del territorio, mentre il 16% delle amministrazioni risulta «gravemente insufficiente».
Secondo la classifica stilata da Legambiente, i tre comuni più «virtuosi» dal punto di vista della mitigazione del rischio idrogeologico sono Calenzano (Firenze), Agnana Calabra (Reggio Calabria) e Monasterolo Bormida (Asti): qui, accanto alla delocalizzazione delle strutture nelle zone più esposte, sono stati realizzati interventi di messa in sicurezza, opere di difesa idraulica e manutenzione ordinaria dei corsi d'acqua, oltre all'organizzazione di un efficiente sistema locale di protezione civile. In fondo alla classifica, invece, troviamo invece i comuni con le performance peggiori, dove si assiste a una pesante urbanizzazione delle aree più interessate dal pericolo di eventi franosi e alluvioni: si tratta di San Pietro di Caridà (Rc), Varsi (Pr) e San Giuseppe Vesuviano (Na). Tra i capoluoghi di provincia, infine, i voti più alti sono quelli vantati da Bolzano, che ottiene un 8 in pagella per l'assenza di strutture in aree a rischio e per la gestione del sistema di protezione civile.
«Le risorse stanziate dopo ogni tragedia finiscono spesso a tamponare i danni - ha detto il presidente di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza - mentre sarebbe ora di pianificare interventi concreti di ripensamento di quei territori in termini di sicurezza e gestione corretta del rischio». Obiettivo condiviso dal Capo del Dipartimento Protezione civile, Franco Gabrielli, il quale ricorda che «per la salvaguardia del territorio che sta letteralmente crollando a pezzi ho lanciato, da mesi, la proposta di una revisione delle politiche di uso del territorio stesso, sospendendo magari quei progetti che possano provocare un ulteriore aggravio del rischio e investendo le poche risorse che abbiamo sulla messa in sicurezza».


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