Gestionale

Rendimento energetico degli edifici, la Corte Ue condanna l'Italia

Alessia Tripodi

La sentenza: il recepimento delle norme sull'attestato di prestazione «non è corretto» - Il decreto varato nelle scorse settimane dal Governo non basta a sanare il ritardo

Rendimento energetico degli edifici, la Corte Ue condanna l'Italia per non aver recepito correttamente la direttiva 2002/91/CE. E, in particolare, per non aver rispettato l'obbligo di dotare dell'attestato di prestazione energetica gli edifici nuovi e quelli esistenti in caso di vendita o nuova locazione.

Non è bastato dunque il Dl 63/2013 (scarica il testo ) con il quale nelle scorse settimane il Governo ha recepito la direttiva (leggi articolo ), indicando le nuove regole per l'efficienza del patrimonio edilizio (leggi articolo ) e rendendo obbligatorio l'attestato di prestazione: obbligo che però, in assenza del decreto attuativo, non è ancora operativo. E oggi è arrivata la sentenza (clicca qui per il testo ) con la quale la Curia europea ricorda che la direttiva del 16 dicembre 2002 ha chiesto agli Stati membri di introdurre l'obbligo dell'attestato di certificazione «redatto in maniera indipendente esperti qualificati e/o riconosciuti», ponendo come termine ultimo di recepimento il 4 gennaio 2006. Recepimento al quale l'Italia ha provveduto con il Dlgs n.192/ 2005 e il Dm «Linee guida nazionali per la certificazione energetica degli edifici» del 26 giugno 2009, ma «in maniera non corretta» secondo la Commissione Ue.

Nella sentenza odierna, quindi, la Corte, su richiesta di Bruxelles «constata che la deroga contenuta nella legislazione italiana, all'obbligo di consegnare un attestato relativo al rendimento energetico, in caso di locazione di un immobile ancora privo dello stesso al momento della firma del contratto, non rispetta la direttiva 2002/91 (articolo 7, paragrafo 1), che non prevede una deroga simile». E che «il sistema di autodichiarazione da parte del proprietario per gli edifici aventi un rendimento energetico assai basso, è in contrasto con la direttiva (articolo 7, paragrafi 1 e 2 e articolo 10) che non prevede tale deroga».


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