Gestionale

Imprenditori esasperati dai ritardi: troppi passaggi burocratici per la cessione, meglio la compensazione

E.T.

La compensazione? «Potrebbe darci una piccola mano, ma chiariamo una cosa: contributi da compensare, le imprese non ne hanno molti». Gerardo Coraggio, imprenditore salernitano specializzato nel movimento terra con 15 dipendenti (erano 40 nel 2010) è scettico nei confronti delle misure del Governo diffuse nei giorni scorsi per risolvere il problema dei crediti delle imprese nei confronti della Pa. Coraggio fa capire il motivo della sua freddezza. «Per gli oneri contributivi noi abbiamo il Durc, che teniamo sempre aggiornato altrimenti non possiamo partecipare alle gare. Quanto al Fisco, noi non abbiamo grandi avanzi, altrimenti Equitalia già ci avrebbe attaccato. Il poco che abbiamo lo stiamo pagando a rate». E allora? «Potrei compensare il debito residuo, ma si tratta di cifre piccole rispetto al credito». Il tono cambia quando si va al cuore del problema: i crediti che l'impresa ancora attende di incassare. «Questi decreti non sono la risposta che avrei voluto. Io ho bisogno dei soldi. Voglio essere pagato perché se no chiudo. Ci saremmo aspettati che ci dicessero: "vi diamo subito il 50% di quanto vi spetta"».

Non sono molto diverse le storie che si ascoltano dalle imprese in giro per l'Italia. non manca l'amarezza per alcune esclusioni inspiegabili. «Io, che ho un grosso credito con una municipalizzata del servizio idrico, sono completamente esclusa dalle misure», confida con amarezza una imprenditrice di Avellino che chiede l'anonimato.
«Ai decreti non ci credo perché lo Stato non ha soldi e non sa dove prenderli», esordisce Costanzo Lupo, imprenditore di Trinitapoli (Bt) che aspetta 400mila euro dalla Difesa.
Il ragionamento gli viene suggerito dall'esperienza vissuta sulla sua pelle: «Io so che i miei mandati di pagamento sono pronti ma sono fermi da settembre perché i soldi non ci sono. Queste misure (i decreti, ndr) servono per calmare la gente, ma finché lo Stato non incassa l'Imu, tutto resta fermo». «E comunque – aggiunge – io non accetterei di tentare la cessione del credito. Io ho bisogno di soldi subito, di liquidità per pagare fornitori e dipendenti. La certificazione del credito potrà forse servire all'Impregilo, ma alla Costanzo Lupo servono i soldi».


In terra di Sicilia il malessere sale di grado. Vincenzo Pirrone, imprenditore di Enna (e presidente Ance dei costruttori della provincia) è furioso. «Questi decreti sono fatti per i fornitori di prodotti, non per le imprese. Non porteranno nessun beneficio. Né i Comuni né la Regione potranno mai certificare i crediti perché sono in dissesto». Quanto all'iter burocratico dei decreti, Pirrone rileva che i testi prescrivono misure che rappresentano duplicazioni rispetto alle prescrizioni cui si attengono già le imprese: «Ci chiedono di dimostrare oneri che le imprese hanno già assolto».

«I propositi contenuti nei decreti sono buoni, ma la burocrazia per la certificazione del credito ci mette paura». Per Mauro Bacchi, direttore tecnico dell'impresa milanese Bacchi, che conta 150 dipendenti e 35 milioni di fatturato, il problema sta soprattutto nei tempi di erogazione, perché «bisogna capire quanto sarà lungo e complicato l'iter burocratico per ottenere il credito». E alla «paura» per la burocrazia si aggiunge anche un'altra incognita, quella delle banche: «I protocolli per la liquidità alle imprese – dice Bacchi – sono una proposta, bisognerà poi vedere effettivamente quanti istituti di credito aderiranno».

Anche per Andrea Bonafè, presidente della modenese Bitem, specializzata nella produzione di emulsioni bituminose, gli appesantimenti burocratici «impegneranno molto le imprese, costrette a lunghe procedure per il riconoscimento dei crediti». Ma per le realtà produttive come la Bitem non cambierà granché: «Crediti diretti con la Pa ne abbiamo pochi perché siamo fornitori diretti delle imprese – spiega il presidente – e questo significa che probabilmente quando arriveranno i benefici previsti dai decreti noi potremmo essere già morti». Bonafè descrive una situazione «estremamente critica», dove «si parla solo di grandi opere, mentre i Comuni non possono fare la manutenzione ordinaria delle strade – dice – perché non hanno soldi o, se li hanno, non possono spenderli a causa delle restrizioni del patto di stabilità».

Per Giampiero Vargiu, titolare della Icogen di Cagliari, i decreti sono solo un palliativo. «Vorrebbero impormi di andare a chiedere la certificazione del mio credito. Perché? Ho fatto i lavori, il direttore dei lavori li ha certificati e ho emesso fattura, in alcuni casi pagando anche l'Iva. Perché debbo andare a pietire al mio inadempiente cliente Stato una certificazione di cose certificate? Inoltre faccio una fatica enorme a non avere debiti verso lo Stato, ma evidenzio che un'impresa che abbia debiti "iscritti a ruolo" per colpa dello Stato inadempiente è "alla canna del gas" e, nell'attuale crisi ho forti dubbi che ne esca viva. Se non mi pagano io continuo sulla mia strada: decreti ingiuntivi e dopo nove mesi incasso grazie al pignoramento della tesoreria. Dal Banco di Sassari ho avuto anche gli interessi con la mora. Poi forse gli enti me la faranno pagare, ma io vado avanti così, con dignità».

A botta calda Graziano Corrà, amministratore delegato della Sintexcal di Ferrara – con 300mila euro di credito con la Provincia di Torino e una media di ritardo pagamenti «ormai di oltre 250 giorni» – parla di «presa per i fondelli».

Di certificazione del credito non vuole sentire parlare. «Chi me lo sconta poi? Ci sono istituti di credito che di fronte al nome di alcuni enti pubblici disastrati, non guardano neppure le carte». Migliore il giudizio sulla formula della compensazione dei debiti. Soprattutto quelli di carattere contributivo. «Questo può aiutare – dice – ma bisogna vedere come il principio verrà tradotto in realtà. Quali debiti e con quali enti si potranno compensare?».


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