Città e Urbanistica

Veneto, la sostituzione fa flop

Franco Tanel

A frenare l'obbligo - ora cancellato - di un Pua per spostare l'edificio

Anche in Veneto, una delle poche Regioni dove il piano casa ha funzionato davvero, c'è una parte del provvedimento che non è riuscita a decollare. Ed è quella sulla sostituzione edilizia.
Partiamo dai numeri che, in quanto tali sono impietosi ma oggettivi. A luglio 2011, quando è scaduto il piano casa (ma la Regione lo ha prorogato subito al 2013 con la legge 13/2011), sono state presentate in tutto 26.361 istanze. Quelle relative alla demolizione e ricostruzione degli edifici (articolo 3 dellalegge 14/2009 ) sono state in tutto 250. Meno dell'1 per cento. Un flop clamoroso perché proprio su questi interventi avevano puntato Regione e costruttori per rilanciare davvero un settore in coma profondo.
«Sì, è così, effettivamente le istanze presentate facendo riferimento all'articolo 3 della legge sono pochissime – commenta l'architetto Valeria Molin che per la Regione segue proprio il monitoraggio del piano casa e adesso del nuovo provvedimento di proroga – ci siamo chiesti anche noi il motivo di questo insuccesso e siamo giunti alla conclusione che le ragioni sono due: in piccola parte il fatto che si tratta di interventi generalmente più onerosi dal punto di vista finanziario, e quindi sarebbero stati sicuramente un numero inferiore a quelli relativi al solo ampliamento, ma soprattutto che la formulazione della legge ne ha frenato la applicazione. In particolare non era possibile ricostruire l'edificio spostandone il sedime se non attraverso un Pua. E i tempi di definizione e approvazione di un Pua sono tali da aver scoraggiato più di un imprenditore».
La legge con la quale la Regione ha prorogato l'applicazione del piano casa, battezzata piano casa 2, cerca di rimediare a questo aspetto. «Adesso è possibile spostare l'edificio dal sedime originario senza ricorrere a un Pua se almeno una piccola porzione del nuovo edificio insiste ancora sul sedime originario – spiega Valeria Molin –. Invece se si tratta di uno spostamento, anche all'interno dello stesso lotto, ma molto significativo, bisogna ricorrere ancora allo strumento di pianificazione. In moltissimi casi, non sarà necessario: pensiamo ad esempio a quanti edifici, nella fase di ricostruzione, vengono arretrati di qualche metro da fronte strada o posizionati in maniera più razionale all'interno del lotto».
Bisognerà vedere se questo basterà a convincere proprietari e costruttori: l'obiettivo è quello di incentivare non solo la ripresa economica del settore, ma anche il recupero del patrimonio edilizio esistente anziché continuare a consumare suolo con nuove costruzioni. «Non solo, intervenire sul patrimonio edilizio degradato – sottolinea ancora l'architetto Molin – permette di migliorare anche da un punto di vista estetico e ambientale le nostre città. Il paesaggio, anche quello urbano, è un aspetto fondamentale della qualità della nostra vita e un suo miglioramento è sicuramente un valore aggiunto al nostro patrimonio edilizio. Senza dimenticare che ricostruire questi edifici permette di intervenire sul fronte ambientale, dal risparmio energetico a un corretto uso del suolo».
Il monitoraggio della Regione non dice nulla su quali sono questi 250 interventi di demolizione e ricostruzione: è in corso adesso un approfondimento. «È un lavoro di indagine lungo – conclude il funzionario regionale – per ora posso dire che le province dove abbiamo registrato più istanze per l'articolo 3 sono quelle di Verona e Treviso».


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