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«Produzione al palo senza un flusso
costante di risorse»

M.Fr.

Parla Ettore Isacchini, presidente di Federcasa. La domanda non accenna a diminuire. Gli Enti per la casa devono riprendere a incrementare la produzione, ma chiedono una forma di alimentazione finanziaria certa e costante nel tempo

«Penso che avremmo un'impennata delle domande. Le famiglie con redditi sotto i 10mila euro l'anno sono il 34% di quelle residenti. E queste percentuali sono in costante crescita, a causa dell'impoverimento della popolazione per via della crisi».
Ettore Isacchini, 68 anni, presidente dell'Aler di Brescia, da gennaio è alla guida di Federcasa, l'associazione delle aziende casa regionali, prende il timone dei 107 ex Iacp d'Italia nel momento in cui l'emergenza abitativa si fa, se possibile, più drammatica.
«Il problema dell'abitazione non è più solo delle categorie tradizionalmente svantaggiate – sottolinea Isacchini – ma anche di famiglie monoreddito che non possono sostenere un canone sul mercato libero. La popolazione residente si impoverisce, ogni nuovo utente che entra è più povero dei precedenti. E continuano a emergere nuovi bisogni alloggiativi da anziani, studenti, lavoratori temporanei».
Serve una segmentazione dell'offerta?
Nel breve periodo servono alloggi, diversificando tra affitto sociale, moderato o con patto di futura vendita per vari segmenti di inquilini.
Con quali soldi?
Dopo la Gescal, serve un flusso di finanziamenti certi e costanti.
Pescando dove?
In soluzioni a scarso impatto ed elevata resa. Una volta avevamo ipotizzato un piccolo contributo sugli inerti estratti dalle cave. L'onere a carico delle imprese di costruzioni tornava al mercato dell'edilizia sotto forma di investimenti in nuove case, oltre a produrre alloggi. Non è troppo tardi per investire. Si potrebbe pensare a una tassa di scopo che non incida sulla vita dei cittadini. Investendo 500 milioni nel recupero dell'esistente si farebbero 12mila alloggi all'anno.
Perché non vendete il patrimonio?
Non siamo contrari alla vendita, ma bisogna farlo bene, vendendo gli alloggi giusti, come quelli nei condomini misti. Ma la vendita non basta se i ricavi non consentono un ricambio del patrimonio. Per fare un alloggio nuovo servono i soldi di tre alloggi venduti. Non solo. Oggi, dovendo vendere ai nostri inquilini è anche difficile trovare chi può comprarli, perché le banche non danno mutui ed è difficile trovare acquirenti nel nostro sistema. I ricavi dalla vendita rappresentano solo una piccola parte dei ricavi.
Torniamo alla domanda abitativa. Avete recentemente aggiornato i dati delle richieste di alloggi Erp. Risulta unastima di 584mila domande .
Le domande sono molte ma credo che il fabbisogno effettivo possa essere più basso, più vicino a una metà di quel valore. Sarebbe comunque già molto raggiungere un'offerta per la metà delle domande, tenendo conto che stiamo partendo da un'offerta quasi uguale a zero. Porci risultati troppo ambiziosi potrebbe significare solo aprire un libro dei sogni.
Resta comunque una domanda molto elevata. Il modello che sta realizzando Fondazione Cariplo in Lombardia è una risposta?
Il social housing della Lombardia credo sia uno degli esempi più interessanti, ma può funzionare nelle grandi città, e molto meno nei centri in periferia. Inoltre la nostra utenza resta comunque scoperta da questi interventi, non potendo accedere ad alloggi con canoni di affitto del livello dell'housing sociale.
Cosa serve per sbloccare la vostra offerta?
Esistono rigidità che ostacolano la gestione del patrimonio. I canoni e i prezzi di vendita, per esempio, sono fissati dalla Regione e non tengono conto né del costo dell'affitto né del costo della gestione dell'alloggio. Oggi, molto spesso, il canone di affitto è assolutamente marginale rispetto ai costi del riscaldamento e delle bollette della luce. Sarebbe quindi opportuno rivedere e ricalcolare il costo globale dell'alloggio per una questione di equità nei confronti dei nostri utenti.


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