Gestionale

La presenza di un alto numero di partite Iva è più sospetta durante le prime fasi del cantiere

Giuseppe Latour

La recente circolare 16/2012 del ministero del lavoro indica gli elementi che potrebbero segnalare la presenza in cantiere dei «falsi autonomi», operai a partita Iva ma in realtà inquadrati nella struttura gerarchica del lavoro

La direzione generale per l'attività ispettiva del ministero del Lavoro dà indicazioni ai suoi ispettori in materia di falsi autonomi. E, con la circolare n. 16 del 2012 appena pubblicata, individua quali sono i campanelli di allarme che devono far scattare l'allerta quando si entra in un cantiere.

«Sempre più frequentemente», nota la circolare, durante l'attività di vigilanza si riscontra la presenza in cantiere di lavoratori autonomi che «però di fatto operano inseriti nel ciclo produttivo delle imprese esecutrici di lavori, svolgendo sostanzialmente la medesima attività del personale dipendente delle imprese stesse».

Secondo le rilevazioni fatte dall'Ance sui dati Istat, infatti, nel 2011 i lavoratori autonomi hanno superato i subordinati, arrivando alla cifra record di oltre un milione. Gli operai assunti con contratto, invece, risultano poco più di 980mila. Questa situazione è aggravata dall'utilizzo di formule come «le associazioni temporanee di lavoratori autonomi ai quali viene affidata, da parte di committenti privati, l'esecuzione anche integrale di opere edili».

La circolare, per queste ragioni, procede a dare indicazioni agli organi di vigilanza su come smascherare i falsi autonomi. Un primo elemento da verificare è costituito dalla dotazione strumentale che, nel caso dell'autonomo, dovrebbe essere tanto consistente da far evincere una «effettiva, piena ed autonoma capacità organizzativa e realizzativa delle intere opere da eseguire». Va quindi constatato se il lavoratore sia proprietario di ponteggi, macchine edili, motocarri, escavatori, apparecchi di sollevamento. Non è rilevante, invece, la proprietà o il possesso di attrezzature minori, come secchi, pale, picconi, martelli, carriole, funi. Altro sintomo da tenere in considerazione, anche se non decisivo, è la cosiddetta «monocommittenza». «Tale elemento – spiega la circolare - rappresenta un utile indice per verificare o meno la genuinità del rapporto autonono posto in essere».

Oltre agli elementi di fatto, poi, ci sono alcune presunzioni. Bisogna fare attenzione al momento in cui si svolge la prestazione. «L'esperienza evidenzia come normalmente non siano mai sorti particolari problemi di inquadramento quale prestazione autonoma per tutte quelle attività che intervengono nella fase del completamento dell'opera». Le finiture e i lavori impiantistici, infatti, vengono di frequente svolti da partite Iva. Ma meno credibile è l'utilizzo di autonomi per le «opere strutturali di manufatto», la costruzione delle fondamenta, le opere in cemento armato. Per questa parte del lavoro è necessario rispettare un cronoprogramma così stretto da far presumere necessariamente il rapporto di subordinazione con l'impresa che coordina i lavori.

Soprattutto per le opere in elevazione legate al ciclo del cemento armato e il montaggio di strutture metalliche e prefabbricate ci sono modalità di esecuzione che "non si conciliano affatto con pretese forme di autonomia realizzativa dell'opera". Agli imprenditori colti ad utilizzare falsi autonomi saranno contestate sia l'evasione fiscale e contributiva che la violazione delle norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro.


© RIPRODUZIONE RISERVATA