Gestionale

Buzzetti: fallito l'obiettivo di tagliare i costi alle imprese

Mauro Salerno

Il presidente dell'Ance: inutile correre: serve più attenzione alle parti sociali e più equilibrio nelle scelte

Questa riforma è positiva nelle sue direttrici essenziali, ma per noi ha fallito l'obiettivo più importante: la riduzione del costo del lavoro per le imprese».

Paolo Buzzetti, numero uno dei costruttori italiani, misura le parole, ma non nasconde la delusione per un accordo sulla riforma del lavoro che lascia molti nodi irrisolti per l'edilizia. A cominciare dalla mancata riduzione del carico fiscale per la Cig: la misura più attesa dagli imprenditori che oggi versano un contributo più che doppio (il 5,2%) rispetto alla media degli altri settori industriali. «Una forbice che ormai non ha alcuna giustificazione – sottolinea Buzzetti – e che produce un surplus di circa due miliardi per l'Inps senza che i cantieri ne traggano alcun beneficio. La prima cosa che ci saremmo aspettati da questa riforma è la riduzione del gap che divide quanto un'impresa paga (circa quattromila euro) e quanto l'operaio più specializzato riceve come netto in busta paga, vale a dire circa 1.500 euro».

Salari bassi a fronte di costi del lavoro molto alti: sarebbe questa l'anomalia che le imprese del settore chiedono di sanare subito. «Tanto – dice Buzzetti – che la nostra proposta era di portare il nostro carico contributivo al livello di quello del settore metalmeccanico, versando la differenza agli operai». Le novità sulla flessibilità in uscita non sono un'innovazione di grande impatto per aziende abituate da sempre a ridiscutere i rapporti di lavoro a ogni chiusura di cantiere.

Bene le maggiori tutele previste dall'Aspi nei confronti dei lavoratori anziani. «Parecchio peggiorativa rispetto alle condizioni attuali» è invece l'addio alla «decantierizzazione» vale a dire lo strumento che estendeva fino a 27 mesi le tutele per i lavoratori in uscita da uno dei grandi cantieri di infrastrutturazione del Mezzogiorno, considerati alla stregua delle grandi fabbriche sul fonte dell'occupazione.

Infine, una valutazione di metodo. «Giusto non farsi ingessare in trattative estenuanti, ma senza negare la dialettica con associazioni e sindacati, altrimenti si rischia la rottura sociale. La Germania ha impiegato 10 anni a riformare il lavoro. Noi non abbiamo tutto questo tempo, ma neppure possiamo pensare di risolvere la questione in cinque minuti. E senza neppure affrontare il nodo vero: il costo del lavoro».


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