Lavori Pubblici

Confindustria-Srm: Mezzogiorno con il motore al minimo

Giorgio Santilli

I dati di Viale dell'Astronomia: settimo anno di crisi per il Meridione, molte imprese hanno rinviato gli investimenti in attesa di prospettive più chiare

Mezzogiorno con il motore al minimo e in preda a una grave crisi di fiducia nel 2014, al settimo anno consecutivo di crisi, «ma ancora ricco di risorse e di imprese che hanno rinviato i loro investimenti in attesa di prospettive più chiare e che hanno bisogno di un tessuto sociale e soprattutto istituzionale che reagisca con vigore». È la fotografia scattata dal «Check up Mezzogiorno» di Confindustria-Srm Studi e Ricerche per il Mezzogiorno (centro studi del gruppo Intesa San Paolo) che sottolinea una situazione drammatica sul piano degli indici e dei numeri ma può costituire la spinta in più per la ripresa dell'Italia soprattutto se ripartiranno gli investimenti pubblici. L'importante è ripartire con la fiducia. «Il recupero della fiducia - afferma il rapporto - appare la principale ricetta di politica economica capace di agganciare il Sud alla possibile ripresa del 2015: lo sblocco di questo stand by può venire da uno stimolo esterno». Quello stimolo esterno ha un nome: l'esclusione dal calcolo europeo del deficit delle spese di investimento, a partire dai cofinanziamenti italiani dei fondi strutturali Ue.

Una sintonia con quanto affermato ieri nella conferenza stampa di fine anno dal premier, Matteo Renzi, che, tornando sul piano Juncker, ha individuato proprio nell'esclusione di almeno 5 miliardi di cofinanziamenti italiani ai fondi Ue il primo e più realistico obiettivo da centrare in ambito delle politiche europee di rilancio degli investimenti.
«L'esclusione delle spese di investimento, in particolare di quelle finanziate da fondi strutturali europei dal calcolo europeo del deficit, appare - afferma il "Check up Mezzogiorno" - sempre più la chiave di volta per rimettere in moto investimenti da troppo tempo bloccati e per ridare ai bilancipubblici spazi di manovra senza i quali nessuna fase espansiva appare ipotizzabile». Il rapporto Confindustria-Srm dà atto al semestre italiano di presidenza Ue di aver avuto «il tema all'ordine del giorno e il recente Consiglio europeo ha lasciato aperto uno spiraglio, collegandone l'eventuale implementazione all'attuazione del piano Juncker. Queste timide aperture devono essere consolidate già nei primi mesi del 2015 per poterne trasferire i benefici effetti sul patto di stabilità delle regioni, ampliando gli spazi, ancora stretti, aperti dalla legge di stabilità».
Il rapporto non si nasconde che «la vera sfida è costituita da una selezione attenta e mirata degli investimenti pubblici e privati». E la sfida del piano Juncker è «far convergere gli investimenti pubblici e privati, concentrando lì tutte le risorse della politica di coesione, vecchie e nuove». Una sfida «da giocare prima di tutto al Sud».

I numeri del 2014 evidenziano molte ombre e poche luci. A partire dall'indice sintetico del «Check up Mezzogiorno» che nel 2014 registra un'ulteriore caduta e si attesta a un valore di 434,2 contro i 444,7 del 2013 e i 500 punti del 2007. L'indice sintetico è un indice composto calcolato come somma dei valori indicizzati al 2007 di cinque variabili macroeconomiche: Pil, investimenti fissi lordi, imprese attive, export e occupati. Per il Pil l'indice scende dall'86,7 del 2013 all'85,3 del 2014, per gli investimenti dal 67,0 al 64,1, per le imprese attive dal 98,2 al 97,6, per l'export da 102,4 a 97,8, per l'occupazione dal 90,5 all'89,3.
Già da questo quadro appare evidente il peggioramento del dato sull'export che nel 2013 era l'unico a superare il livello 2007 e che nel 2014 scende al di sotto di quel livello. «Segnali contrastanti - dice il rapporto - vengono dalle esportazioni: nel medio-lungo periodo infatti l'export si conferma la principale variabile positiva dell'economia meridionale ma nel complesso anche questa variabile sta conoscendo negli ultimi mesi un preoccupante rallentamento, essendo fortemente influenzata dall'instabilità del prezzo del petrolio che costituisce parte importante dell'export meridionale». In alcuni settori però l'export migliora: automotive e aeronautico (+5,1% rispetto a un anno fa), meccanica (+4,3%) e metallurgico (+13,9%) trainato dalla ripresa delle esportazioni dell'Ilva di Taranto. L'agroalimentare è il settore che più vede crescere le esportazioni dall'avvio della crisi (+40,5%).
Il confronto fra oggi e il 2007 resta impietoso ed è il segno della crisi strutturale che l'economia meridionale attraversa: 40mila imprese in meno, investimenti in calo per oltre 29 miliardi, 700mila posti di lavoro perduti, 125mila lavoratori in cassa integrazione, quasi una persona su due che ha rinunciato a a cercare un lavoro regolare, Pil in calo di oltre 51 miliardi di euro.


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