Lavori Pubblici

Non disperdere l'eredità del lavoro fatto: ora bisogna spendere

Giorgio Santilli

Con l'attività svolta in questi sedici mesi, Fabrizio Barca ha rimesso in carreggiata la spesa italiana finanziata con i fondi Ue, operazione di salvataggio per cui deve condividere parte del merito con il suo predecessore, Raffaele Fitto, ideatore del risolutivo «Piano azione coesione», poi contrattato a Bruxelles e attuato con tenacia e consenso larghissimo presso i Governatori dall'attuale ministro.

Ma Barca non ha fatto solo questo. Ha anche operato una sostanziale rifondazione delle politiche per le infrastrutture e per le politiche urbane in Italia. Come segretario del Cipe, ha preso il comitato interministeriale in uno stato comatoso dai tempi in cui Giulio Tremonti lo osteggiava e rallentava e ha accelerato l'approvazione delle delibere attuative delle sue decisioni. Ha riprogrammato 11,9 miliardi di fondi comunitari disincagliandoli da opere bloccate e destinandoli a investimenti strategici. Ha sbloccato e ridato un quadro di certezze finanziarie al Fondo per lo Sviluppo e la Coesione, l'ex fondo Fas usato in precedenza come «bancomat» utile alle esigenze più varie. Ha svincolato dal patto di stabilità una parte dei cofinanziamenti nazionali ai fondi europei attaccando per primo - nel novembre 2011 - il vincolo che tutti oggi ritengono un fattore di soffocamento della crescita.

Non illudiamoci. Questo lavoro non ha rimesso in moto la macchina degli investimenti infrastrutturali alla velocità che sarebbe necessaria in Italia. Qualche buon risultato qua e là si è visto, come dimostrano i dati della spesa dei fondi Ue nel 2012, ma molto si deve ancora fare. L'azione da svolgere è lunga. I dati sulla spesa sono ben lontani dall'aver assunto una qualche regolarità. Un banco di prova verrà proprio dalla programmazione dei fondi Ue 2014-2020 che Barca ha avviato.

Guardiamo ai dati essenziali del problema: con una spesa pubblica per investimenti che viaggia verso l'1,8% del Pil (era il 3,5% nel 1981), ridare un senso a una politica seria delle infrastrutture non passa per un ritorno alla leva del debito pubblico per realizzare infrastrutture. Questa strada è preclusa, chiunque governi.

Le infrastrutture in Italia si faranno con fondi Ue e finanziamenti privati. Per questi ultimi occorre un quadro di incentivi fiscali chiaro e certo, tanto per cominciare. Selezione delle priorità sulla base delle esigenze di chi usa i servizi contenuti nelle infrastrutture. I fondi Ue possono essere utilizzati per rivitalizzare politiche spente. L'ultimo esempio è venuto nei giorni scorsi dalle politiche urbane: ci saranno 3 miliardi di fondi Ue riservati alle città italiane e altre risorse nazionali. Occorre evitare la dispersione delle risorse e usare i fondi come leva per fare operazioni modello.


© RIPRODUZIONE RISERVATA