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Allo studio fondi immobiliari e valorizzazioni di beni storico-artistici

Massimo Frontera

Da Brescia a Piacenza, da Pavia a Potenza, da Parma a Torino, per non parlare dei tanti altri comuni di piccola e media dimensione. Schiacciati tra i bilanci in profondo rosso e la continua attesa di beni dello Stato promessi in nome del federalismo, gli enti locali si preparano a vendere i propri asset. Sono già 200 i Comuni che hanno aderito alla proposta dell'Anci di strutturare un percorso di valorizzazione dei propri asset, «ma potrebbero arrivare a 2000», dice a "Edilizia e Territorio" Angelo Rughetti, segretario dell'Anci

Si sta oliando la "macchina" partecipata dagli operatori istituzionali - Anci (Associazione dei comuni), Cassa Depositi e Prestiti, Agenzia del Demanio e Agenzia del Territorio - che gestirà la prossima stagione di dismissioni immobiliari dei Comuni. «Entro marzo - assicura il segretario dell'Anci, Angelo Rughetti - nascerà la Fondazione "Patrimonio Comune" con l'obiettivo di gestire nel modo migliore la valorizzazione dei tanti immobili posseduti dai Comuni, molti dei quali saranno avviati alla vendita». In vista della monetizzazione di questo immenso patrimonio, ci sono già 200 Comuni che hanno aderito alla proposta dell'Anci di costruire un percorso strutturato, avvalendosi di professionalità e strumenti dell'Associazione ma anche dei partner istituzionali, in particolare dell'Agenzia del Demanio, ma anche di operatori di mercato (società immobiliari, società finanziarie e fondi) e di liberi professionisti coinvolti nelle procedure istruttorie, come geometri, ingegneri e architetti.
«Sempre entro marzo - riferisce sempre Rughetti - firmeremo una convenzione con i geometri, che replicheremo con gli architetti e gli ingegneri». «Obiettivo - spiega sempre il segretario dell'Anci - è velocizzare, senza eccessivi costi a carico dei Comuni, tutte le fasi che preparano la vendita di un bene, come misurazioni, condizione del bene, verifiche presso catasto e conservatorie». Un lavoro istruttorio immenso che andrà affrontato, perché molta parte del patrimonio dei comuni è sconosciuta allo stesso proprietario, per quanto riguarda gli aspetti di dettaglio indispensabili per l'avvio di un percorso di valorizzazione. Basti pensare ai terreni, cita Rughetti, «di cui non in moltissimi casi non si conoscono i confini esatti, né lo status amministrativo e urbanistico».
Il numero di 200 comuni potrebbe lievitare di parecchio. Il numero di riferimento è quello dieci volte maggiore dei 2000 Comuni che attendono dallo Stato fabbricati o terreni in nome del federalismo demaniale. «È a loro che in prima battuta ci siamo rivolti - conclude Rughetti - e che potrebbero aderire all'iniziativa». «Il percorso giuridico, amministrativo e urbanistico di un bene da valorizzare deve essere chiaro, solido e inappuntabile; se lo faccio in tempi rapidi lo posso fare con maggior valore sociale ed economico per il comune», chiosa Rughetti.
Tra i comuni in lista ci sono città grandi e piccole. Roma, per esempio, che qualche settimane fa ha già sottoscritto un'apposita convenzione con Agenzia del Demanio e Agenzia del Territorio per valorizzare i propri beni. Ma c'è anche Milano (che ha già sperimentato le dismissioni attraverso un fondo immobiliare) e medie città come Parma, Piacenza, Pavia, Brescia. C'è una città del sud come Potenza.
Come avverranno le valorizzazioni? «L'intenzione è di isolare dei casi che hanno funzionato bene e cercare di lavorare su quelli, per replicarli». Esempi positivi sono considerati per esempio i fondi immobiliari di Venezia, Milano, Torino. Poi ci sono i moderni strumenti di collaborazione Stato-enti locali già a disposizione, come Puv (piani unitari di valorizzazione), accordi quadro, Concessioni a 50 anni, sperimentati dall'Agenzia del Demanio negli scorsi anni. Non è un caso che lo scorso venerdì 10 febbraio, il direttore dell'Agenzia del Demanio, Stefano Scalera, sia tornato a parlare delle concessioni a 50 anni, gli strumenti per la messa a reddito dei beni storico-artistici che non sono vendibili ma che lo Stato può affidare con profitto ai privati, ricavandone un piccolo reddito e, al termine della concessione, il reintegro dell'immobile ne patrimonio pubblico. «Mediamente ogni anno si conta un 1,5 miliardo di entrate derivante dalla dismissione di immobili del patrimonio dei Comuni - ricorda Rughetti -. È una cifra consistente. Dobbiamo fare in modo che nelle dismissioni si possa sfruttare al massimo la potenzialità di questo patrimonio», conclude Rughetti.


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