Progettazione e Architettura

Barozzi, trionfatore del Mies van der Rohe 2015: «In Italia torno solo per insegnare»

Alessia Tripodi

Da Barcellona l'architetto fondatore dello studio Barozzi Veiga racconta:«Concorsi che non funzionano, burocrazia e incertezze normative: quello italiano è un sistema che non premia il merito»

Mi piacerebbe molto lavorare di più in Italia, ma tra concorsi che non funzionano, burocrazia e incertezze normative che creano ostacoli anche nella costruzione è sempre più difficile, perché di fatto c'è un sistema che non premia né il merito né la qualità».
All'indomani della vittoria del Mies van der Rohe 2015 con la Sala Filarmonica di Szczecin , in Polonia – firmata insieme con il collega Alberto Veiga – Fabrizio Barozzi, classe 1976, si dice «onorato» del riconoscimento e parla del suo desiderio di tornare a lavorare in patria, anche se ormai la sua attenzione è principalmente rivolta al mercato europeo (e spagnolo in particolare). Lo fa da Barcellona, dove è arrivato attraverso un Erasmus e dove nel 2004 ha fondato lo studio Barozzi/Veiga con il quale, concorso dopo concorso, ha inanellato una serie di successi, tanto da meritarsi nel 2013 il premio «Giovane talento dell'architettura italiana» del Cnappc.

Fotogallery 1 - La Filarmonica di Szczecin firmata
Fotogallery 2 - Il museo dei Grigioni in Svizzera
Fotogallery 3 - Tre opere di Barozzi e Veiga


Ma in Italia – eccezion fatta per alcuni progetti in Alto Adige – Barozzi torna solamente per insegnare, come visiting professor allo Iuav di Venezia. «Mi piace molto trasmettere ai giovani la mia esperienza» dice Barozzi, che racconta: «Fin dalla nascita dello studio abbiamo sentito l'Europa come casa nostra, ci siamo identificati in una dimensione europea. E se ora in Italia esiste una certa rinascita nell'architettura, se c'è un fermento di progettisti giovani e bravi che recuperano la qualità nonostante un mercato difficile e frenato da norme ingarbugliate, lo si deve certamente agli scambi con l'estero, come per esempio l'Erasmus per gli studenti, e alle esperienze oltreconfine che in questi anni sono diventare sempre più frequenti, diventando un punto fondamentale del curriculum professionale». Ma quali sono per Barozzi i punti deboli del mercato della progettazione e dell'architettura in Italia? «Tanto per cominciare – dice – la macchina dei concorsi non funziona, perché nella partecipazione vale più il fatturato che il merito, è questa è una cosa davvero aberrante, che spesso costringe 15 piccoli studi a mettersi insieme anche per fare lavori di dimensioni ridotte. E quando mi sono trovato a far parte di una giuria – aggiunge – mi sono reso conto che si fa più attenzione a evitare ricorsi da parte dei concorrenti che a premiare il merito».
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Altra questione «aberrante» secondo Barozzi è «la divisione tra direzione artistica e direzione lavori, una frammentazione che non esiste in nessun altro dei Paesi nei quali abbiamo lavorato e che, di fatto, rende difficilissimo per il progettista assicurare la qualità costruttiva dell'opera». E non sono pochi i Paesi europei nei quali sta lavorando lo studio Barozzi/Veiga. «In Svizzera – racconta l'architetto – stiamo lavorando al museo delle Belle Arti a Coira, del quale inaugureremo la facciata a fine maggio, e all'Accademia di danza di Zurigo, mentre abbiamo concluso il museo delle Arti di Losanna. A giugno, poi, consegneremo un teatro a Barcellona, mentre, sempre in Spagna, stiamo realizzando una casa, il primo incarico privato dopo 10 anni di lavoro». Tra i progetti in corso c'è anche l'Italia: «Dopo l'estate inizieremo il cantiere per la scuola di musica a Brunico, un intervento per l'ampliamento di un edificio storico quasi anonimo ma che ci piace molto. Ma l'Alto Adige – spiega Barozzi – è un caso quasi isolato, dove i concorsi si fanno perché i processi sono gestiti in un altro modo, pur con le limitazioni della normativa italiana».


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