Progettazione e Architettura

L'architettura è donna, De Appolonia, Malvezzi, Wolf: ecco chi sono le tre finaliste italiane

Massimiliano Carbonaro

Dalle difficoltà della gavetta all'affermazione professionale: la strada (anche all'estero) percorsa dalle finaliste italiane al premio ideato da Italcementi per valorizzare la progettazione al femminile

Non hanno vinto l'Arcvision – Women and Architecture 2015 (riconoscimento voluto da Italcementi e che guarda alla progettazione al femminile), che è andato all'architetto svizzero Angela Deuber, ma per Michaela Wolf, Giulia de Appolonia e Simona Malvezzi essere rientrate nella shortlist del premio come uniche italiane è già un grandissimo risultato. Tutte e tre sono emblematiche della professione architetto per le donne italiane e hanno dovuto per realizzare al meglio i loro sogni professionali o guardare all'estero insieme al resto della Generazione Erasmus, oppure vincere l'opposizione dei familiari.

Michaela Wolf
Come nel caso di Michaela Wolf – meranese classe 1979 – che ha dovuto prima superare le obiezioni paterne. «In principio, l´unica difficoltà che ho trovato – racconta – è stato mio padre, avrebbe voluto che mi dedicassi al suo stesso mestiere, di falegname e restauratore. Ma è stato il suo stesso lavoro che coinvolge l´uso di materiali e il concepire lo spazio che mi ha spinto proprio ad intraprendere il percorso dell´architettura. Lui ha capito questa passione, mi ha supportata e abbiamo collaborato insieme in alcuni progetti». Non sono mancate le difficoltà una volta diventata architetto perché la sua opinione in quanto donna ricevesse la giusta considerazione, ma questo non le ha impedito di veder realizzati alcuni progetti di grande visibilità. In seguito alla nomination per l'Arcvision ha inviato 4 progetti tra cui si ricordano la camera senza vista-Hotel Pupp a Bressanone, Strutture in pendenza-Casa Huber, a Novacella, realizzate in provincia di Bolzano. «Tutti riassumono la concezione di architettura – commenta – secondo cui non si tratta di costruire in un luogo, bensì di costruire il luogo».

Simona Malvezzi
Gli architetti Simona Malvezzi e Giulia de Appolonia hanno costruito la loro carriera all'estero. La Malvezzi ha lavorato prima a Vienna e poi a Berlino dove ha il suo studio attualmente (fondato nel 2001 con due soci, lo studio Kuehn Malvezzi). Nel partecipare al concorso di Italcementi ha presentato un edificio simbolo ancora da realizzare a Berlino e progettato per un concorso vinto 2 anni fa che prevede un edificio che raccoglie insieme una moschea, una sinagoga e una chiesa, l'House of one. «È un edificio utopico – spiega – con una tipologia innovativa che non esiste al mondo con dentro tre spazi con una valenza simbolica e politica molto forte». L'architetto Malvezzi si è laureata al Politecnico di Milano nel 1994 e poi ha varcato le Alpi, ma non perché spinta dalle difficoltà di essere una donna-architetto, ma perché interessata alla progettazione di edifici pubblici in un contesto internazionale. «Non mi sono mai sentita penalizzata in passato perché donna – aggiunge – ma mi dà fastidio quando mi chiamano a partecipare perché mancano le quote rosa».

GIulia De Appolonia
Giulia de Appolonia invece si è laureata nel 2004 e poi ha spiccato il volo per il Portogallo. «Penso che un architetto donna – commenta – deve affrontare molti preconcetti soprattutto nell'ambiente del cantiere. Ho lavorato in Portogallo e ora anche in Italia e trovo che il nostro Paese sia più chiuso nei confronti delle donne. Forse c'è poca abitudine ad interfacciarsi con le donne, mentre invece abbiamo un ruolo completo nella professione». Per quanto riguarda i progetti per cui ha partecipato al premio ArcVision ricorda in particolare il Museo della scienza di Braganza in Portogallo perché è stata la sua prima opera realizzata ed è frutto di un concorso vinto proprio agli esordi della sua carriera. «È un edificio molto interessante – conclude – per la sperimentazioni e le soluzioni costruttive e per gli aspetti energetici adottati. All'inizio doveva essere un centro di monitoraggio ambientale e poi è diventato appunto un museo con un percorso di realizzazione lungo e travagliato».


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