Progettazione e Architettura

Donne architetto, al via l'arcVision Prize promosso da Italcementi

Massimiliano Carbonaro

L'iniziativa vuole contribuire a valorizzare l'affermazione delle donne nell'architettura. La giuria, tutta femminile, che il 6 marzo proclameranno la vincitrice del premio

«È una strada ancora molto lunga quella da percorrere», sottolinea l'architetto Odile Decq in qualità di componente della giuria dell'arcVision Prize e titolare dell'omonimo studio parigino nello spiegare le difficoltà e spesso le vessazioni che le donne devono affrontare nel lavoro come architetti. Con questa consapevolezza giunge alla terza edizione l'arcVision Prize – Women and Architecture, il premio istituito da Italcementi per valorizzare la figura della donna in questo settore con una giuria che vede oltre alla Decq figure di primo piano internazionali, come il sindaco di Betlemme, Vera Baboun, ma anche la giornalista e scrittrice italiana Daria Bignardi.

La presentazione milanese dell'unico riconoscimento internazionale dedicato all'architetto donna ha visto alla selezione finale una short list di 22 professioniste provenienti da 17 Paesi di cinque continenti. I quali saranno sottoposti al giudizio finale della giuria internazionale che si riunirà a Bergamo il 5 e 6 marzo prossimi quando sarà proclamata la vincitrice. «Il punto di forza del premio – ha commentato Carlo Pesenti, consigliere delegato di Italcementi – è la giuria. Il premio è coerente con l'idea di uno sviluppo tecnologico, ma anche culturale e sociale del gruppo. Sono semi che vengono deposti e che dicono che qualcosa di bello e positivo rimane».

La giuria di dieci persone è tutta al femminile composta per la metà da architetti e per il resto da figure di spicco nelle rispettive professioni: oltre alla Decq, troviamo Martha Thorne (direttore del Pritzker Prize), Benedetta Tagliabue (titolare dello studio Miralles Tagliabue), Samia Nkrumah (president del centro Panafricano Kwane Nkrumah), Suhasini Mani Ratnam (attrice, produttrice e scrittrice africana), Louisa Hutton (socia fondatrice dello studio Sauerbruch Hutton), Yvonne Farrell (cofondatrice dello studio Grafton Architects), Daria Bignardi (scrittrice e giornalista), Vera Baboun (sindaco di Betlemme), Shaikha Al Maskari (membro del consiglio direttivo dell'Arab International Women).

Il premio per altro sta diventando uno strumento di indagine sulla situazione delle donne architetto nel mondo anche perché nella selezione vengono realizzate lunghe interviste alle concorrenti che raccontano la loro storia professionale. Ma la fotografia che emerge è di un mondo che deve ancora riconoscere la piena dignità alle donne architetto. «Nonostante nelle università – sottolinea Odile Decq – siano numerosissime le donne che studiano architettura, poi negli studi ci sono solo il 25% di donne e solo il 10% sono titolari di studi. Questa giuria vuole cercare una donna che sia una guida, un leader nel suo ufficio ma che sia anche responsabile delle realizzazioni». In pratica viene premiata una carriera e una professionalità (nel 2013 il premio è andato a Carla Juaçaba e l'anno scorso a Ines Lobo) con un occhio di riguardo alle donne più giovani non perché sia necessario sottolineare la categoria dell'età ma perché si vuole sostenere un percorso e una scelta di vita.

«Questo premio – commenta Stefano Casciani, direttore scientifico dell'arcVision Prize – guarda avanti e oggettivamente insegue l'innovazione nelle tecnologie dove l'estetica di un progetto è solo un elemento e non il più importante». La vincitrice si aggiudicherà un premio in denaro di 50mila euro e un workshop di due settimane presso l'Ilab di Italcementi. «Il premio solo al femminile – conclude la Decq – ha senso perché noi donne pensavamo che ci sarebbe stata l'uguaglianza ma questo non è successo. L'importanza di questo premio nasce dal fatto che così le donne sono incoraggiate a diventare architetti, perché c'è anche la possibilità di ottenere un riconoscimento. Credo che questa situazione dipenda dal fatto che c'è ancora un problema di educazione e il sistema educativo non incoraggia e fa sì che le donne rimangano indietro. È successo anche a me».


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