Progettazione e Architettura

Bolzano, nasce da un concorso il centro psichiatrico firmato Modus e candidato al Mies van der Rohe

Mariagrazia Barletta

Il progetto vincitore della gara bandita nel 2003 dal comune altoatesino punta sull'apertura degli spazi per garantire il benessere degli ospiti

Ambienti aperti verso il mondo esterno e luoghi di relazione trovano negli spazi privati e protetti il loro opposto. Gioca sul dualismo tra privacy e apertura il nuovo centro di riabilitazione psichiatrica a Bolzano, firmato dagli architetti Sandy Attia e Matteo Scagnol di MoDus Architects. Il progetto, voluto dalla Provincia di Bolzano, è frutto di un concorso di progettazione del 2003. Dopo più di dieci anni l'edificio è stato completato e consegnato alla città. E, alla fine del 2014, è arrivata la notizia dell'inserimento tra i progetti in lizza per il Mies van der Rohe Award, il riconoscimento dell'Unione europea che premia l'eccellenza e l'innovazione in architettura.
Un edificio, quindi, dalla lunga storia. Il concorso si è svolto a cavallo tra il 2003 ed il 2004, mentre la posa della prima pietra è arrivata a febbraio 2012. Inizialmente il programma era molto più ambizioso. All'avvio della competizione erano tre le funzioni da inserire in due distinti blocchi: un centro psichiatrico, degli alloggi protetti per anziani e poi una terza funzione lasciata alla libera scelta dei concorrenti. Col tempo il programma è mutato ed è stato costruito il solo centro di riabilitazione psichiatrica.

«Quando abbiamo vinto il concorso avevamo 34, 35 anni ed eravamo già capaci di progettare una struttura molto delicata e complessa», afferma con orgoglio Matteo Scagnol. La storia personale innesca una riflessione generale ed una critica al codice degli appalti e alla richiesta, spesso ingiustificata, di esperienza specifica, che tende a togliere occasioni ai giovani progettisti. «Si pensa che per fare un ospedale devi averne per forza realizzato un altro. Vincere questo concorso è stata una grande soddisfazione, perché abbiamo dimostrato che non era necessario avere una laurea in ospedali o essere specializzati in centri psichiatrici», afferma Scagnol.
Il tema della dicotomia, molto caro allo studio altoatesino, diventa il marchio di fabbrica del progetto. Sono due i volumi principali che poggiano a sbalzo su un basamento rettangolare contenente le funzioni del piano terra. Uno dei due prismi si piega per adattarsi agli allineamenti stradali, ma anche per conformare una corte interna, che diventa, per il centro medico, un importante spazio di relazione. Si tratta di un ambiente interno, e dunque protetto, ma anche aperto, dove poter affacciarsi verso il paesaggio. Ad attraversare la corte a cielo aperto e a collegare i due volumi provvedono delle terrazze, che diventano non solo luoghi di circolazione, ma anche di sosta e quindi di socializzazione.

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Per progettare l'edificio Sandy Attia e Matteo Scagnol hanno visitato strutture simili in Svizzera ed in Austria, dove i centri medico-sociali sono molto attenti alla vita dei loro ospiti. Accoglienza, apertura e benessere sono le parole d'ordine di strutture molto più vicine al carattere di una residenza che di un ospedale. E il progetto di MoDus Architects cerca di abbattere le barriere psicologiche e fisiche che tradizionalmente sono associate ai centri di salute mentale, si legge nella scheda che il Premio Mies ha riservato allo studio italiano. Il linguaggio impiegato e l'organizzazione degli spazi avvicinano il centro psichiatrico più ad una residenza che ad una struttura sanitaria. L'obiettivo è far sentire gli ospiti a proprio agio, nei limiti delle esigenze mediche e di sicurezza, che impongono di avere spazi con diverso grado di protezione. Massima apertura al piano terra dove si concentrano gli spazi di vita comune, come la palestra, la sala pranzo, le stanze per i visitatori, un salotto e la falegnameria. E dove generosi spazi esterni affacciano direttamente su strada.
Il colore esalta la presenza dei due distinti volumi principali, che assumono tonalità diverse. «Abbiamo dato al colore un valore non solo di riempimento di superfici, ma di connotazione volumetrica e spaziale» afferma l'architetto Scagnol. Alla base della scelta cromatica c'è anche una ricerca sulle tonalità impiegate nel contesto, caratterizzato dalla presenza di edifici liberty. Dalle architetture di inizio Novecento il centro psichiatrico prende in prestito anche l'intonaco. Viene utilizzata una finitura impiegata all'inizio del secolo scorso e caratterizzata da una superficie rigata. «Con il sole l'intonaco cangia e dà l'effetto di un tessuto. Lo abbiamo riproposto anche per mettere in tensione le parte dell'edificio conformata come una piega», spiega Scagnol.
L'edificio è certificato CasaClima A. Per ottenere la certificazione la strategia energetica ha puntato su pochi ed essenziali elementi: un buon isolamento dell'involucro, un sistema di riscaldamento e raffreddamento a soffitto e pannelli fotovoltaici e solari sul tetto. Sono bastati pochi accorgimenti per ottenere buone prestazioni energetiche. Ed il costo è rimasto molto contenuto. La struttura - ci informa Matteo Scagnol – è costata 365 euro al metro cubo.


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