Progettazione e Architettura

Engineering contro la sentenza che chiude ai contratti privati per le società

Maria Chiara Voci

Industriali e società di ingegneria chiedono al Governo di chiarire la norma che ha indotto il Tribunale di Torino a ritenere ancora in vigore il divieto di lavorare per committenti privati

Tutto è nato da un pronunciamento del Tribunale civile di Torino. Che, a fine dello scorso anno, a fronte del ricorso per un decreto ingiuntivo presentato dalla società ME Studio, che sollecitava a un committente il pagamento di un lavoro effettuato, ha dichiarato nullo il contratto sottoscritto fra le parti. Appellandosi a una vecchia legge di epoca fascista, del 1939, che non permette alle società di ingegneria di lavorare per committenti privati e che pur essendo stata abrogata nel 1997 dalla legge Bersani e nel 1998 dalla Merloni, è stata ritenuta dai giudici torinesi ancora vigente, in mancanza dei decreti attuativi delle due norme intervenute per la «cancellazione».

Un'interpretazione assurda, agli occhi delle società che operano da anni nel settore, che pregiudica il libero esercizio dell'attività ingegneristica alle società di capitali e contro cui si solleva l'intera comunità delle associazioni di categoria nazionali. Che, in vista del prossimo varo della legge di stabilità, hanno lanciato dall'Unione Industriale di Torino (città del "fattaccio") un appello al Governo ad intervenire con urgenza per ripristinare l'ordine delle cose e mettere il punto fine a un pericoloso precedente, che tocca in modo diretto oltre 6mila realtà con più di 250mila addetti.

«Parliamo spesso di come la burocrazia abbia un impatto negativo sul nostro tessuto produttivo – commenta Giuseppe Gherzi, direttore dell'Ui di Torino -. Il caso delle sentenze del tribunale torinese è emblematico di come l'interpretazione di un cavillo porti a distorsioni che sono incredibili e pongono le nostre aziende in una condizione di enorme difficoltà». Prosegue Giorgio Lupoi, vicepresidente dell'Oice, l'associazione di Confindustria che raggruppa le società di ingegneria, architettura e consulenza tecnico-economica: «Il pronunciamento torinese riguarda grandi e piccoli. Compresi i general contractor. Per assurdo, oggi si dovrebbe ritenere che per i nostri associati sia ad esempio impossibile lavorare con realtà come l'Eni. Che, stando al parere del Tribunale, dovrebbe magari recedere dai contratti con società nazionali, per rivolgersi al mercato estero alla ricerca di competitor che non hanno lo stesso nostro problema». Aggiunge, ancora, Alberto Cancelli, vicepresidente di Agire, associazione che riunisce architetti, agronomi, geologi, geometri e ingegneri: «L'assurdità sta anche nel fatto che le stesse società escluse dal mercato privato, sono però quelle che hanno tutti i requisiti in regola per lavorare nel pubblico. Un paradosso».

La prima vittima sul campo delle sentenze torinesi (sono tre in primo grado, una delle quali già oggetto di appello) è stata per Me Studio. Come racconta il titolare, Mauro Esposito: «il danno è stato tale che sono stato costretto a cedere una società di ingegneria in Oman, con la perdita di 50 posti di lavoro e un fatturato di circa 12 milioni». Il rischio incombe su migliaia di altre reltà. Senza un intervento legislativo che sancisca una volta per tutte a liberalizzazione introdotta da Bersani, ogni cliente intenzionato a non saldare i lavori del proprio committente potrebbe ricordarsi del precedente.

Al fianco degli imprenditori, per fare sì che la politica possa correggere la stortura, lavorano la deputata piemontese Francesca Bonomo, i senatori Elena Fissore e Stefano Lepri e il presidente della X Commissione alla Camera, Gianluca Benamati. «Stiamo impegnando il massimo delle risorse – assicura Bonomi – per arrivare presto a mettere fine alla vicenda».


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