Progettazione e Architettura

Partecipazione, pezzi di futuro da esportare e raccontare

Giorgio Santilli

Intorno a noi le macerie di un modello urbano che è fallito. Ora servono idee per ricostruire

Angelo Patrizio e Matteo Robiglio sono due innovatori: lavorano sulla faglia che separa due ere geologiche, quella delle cubature calate dall'alto sulla città e quella della partecipazione.
Al primo, padre di UrbanPro, dedichiamo in queste pagine un'intervista-ritratto dalle dimensioni volutamente insolite per raccontare la sua incessante attività di sostegno alle iniziative di rigenerazione urbana e alla progettazione partecipata sul territorio. Ci piace il lavoro di rappresentare con intelligenza anche interessi specifici (quelli del commercio) con uno sguardo sempre focalizzato sull'interesse generale.

Il secondo è un progettista, agit prop culturale e docente universitario al Politecnico di Torino attento all'innovazione e ai processi economico-produttivi messi in moto da forme nuove di rigenerazione urbana. Profondo conoscitore dei modelli europei e nordamericani del "riusare", pensa che il «trilocale doppiservizi» non abbia più mercato. Robiglio comincia con noi questa settimana una collaborazione con una rubrica significativa già dal titolo: la ricostruzione. Ed è proprio la ricostruzione – che evoca le capacità tipica del dopoguerra di catalizzare e convogliare energie nuove verso obiettivi condivisi – il filo che unisce queste storie e le altre che racconteremo nelle prossime settimane.

Ci vogliono idee per ricostruire, ci vuole una cultura nuova, serve più partecipazione e democrazia, serve la condivisione di progetti veri e di utilità sociali, serve il confronto su modelli di sviluppo innovativi, serve innovazione tecnologica e organizzativa: ancora una volta «Progetti e concorsi» ed «Edilizia e territorio» vogliono stare, come succede da quasi 20 anni, da questa parte, dalla parte del futuro senza tuttavia nessun cedimento a una certa retorica vuota del «bene comune». Tutta questa innovazione deve confluire in una politica e in un meccanismo decisionale nuovi, deve dare voce a un mercato nuovo, senza limitarsi a una aspirazione utopistica o sentimentale. Oggi noi dobbiamo raccontare pezzi, schegge, barlumi del futuro mercato edilizio, convinti che questo aiuti ad avvicinarlo, forse addirittura lo renda possibile. Perché se non usciamo dalla frammentazione, dal particolare, dall'atteggiamento difensivo per costruire invece un progetto di condivisione della città, dei suoi spazi pubblici, delle sue funzioni, delle sue modalità di sviluppo, semplicemente non ripartiremo. Ed è chiaro che restare in mezzo al guado di questi anni di false partenze (project financing, sociali housing...) porterebbe solo a un prolungamento e a un ulteriore aggravamento della crisi. Bisogna fare ora un passo coraggioso nella direzione giusta.

Ci sono, tutto intorno a noi, macerie di un modello di sviluppo urbano, immobiliare, infrastrutturale che ha fallito ed è da tempo al capolinea. Il 35–40% di mercato perso dall'edilizia dal 2009 a oggi non è un dato congiunturale – ormai è chiaro a tutti – ma l'addio a un mondo vecchio che non c'è più. Ci sono analogie tra le inchieste sulla nuova tangentopoli, che andrà avanti e scoperchierà un sistema moralmente ed economicamente insostenibile, e la crisi dell'invenduto di un mondo che costruisce senza sapere per chi, senza sapere che cosa chieda chi sta dall'altra parte, il cittadino. Nei periodi di crisi (anche finanziaria), la domanda torna ad avere un ruolo, deve essere una bussola, si parli di abitare o di servizi o di infrastrutture.

Certezze non ce ne sono o ce ne sono poche. La riqualificazione ha già da tempo superato il mercato del nuovo: Lorenzo Bellicini – giusto per parlare di un alto innovatore – lo scrive dagli anni '90 e continua a fotografare con lucidità un fenomeno che è sempre più dominante. Ha visto il ruolo degli incentivi fiscali alla ristrutturazione e al risparmio energetico e su quel boom clamoroso ha virato le proprie previsioni per il 2014. Mentre l'Ance vede solo crisi, con il -2,4% di stima per quest'anno, il Cresme vede una via di uscita, un barlume di ripresa. È una questione di occhiali, più che di numeri. Gli stessi occhiali che portano Ermete Realacci o Leopoldo Freyrie quando chiedono politiche capaci di mettere in rete i fattori innovativi che oggi emergono. Ci sono passaggi fondamentali ancora da compiere: politiche di coordinamento (ma il governo Renzi ha iniziato a fare un bel lavoro), una programmazione dei fondi Ue più vicina alle esigenze di imprese e cittadini, una riconversione della spesa pubblica che finanzi solo interventi coerenti al futuro che arriva. Un giornale ha il compito di raccontare, proporre idee ed esperienze, evidenziare chi marcia nella stessa direzione. Ed è quello che continueremo a fare anche con nuovi compagni di viaggio.


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