Progettazione e Architettura

Se l'ex fabbrica torna alla vita. Il riuso low cost per ripartire

Matteo Robiglio

La rigenerazione è un processo del tutto diverso dalla nuova costruzione. Basta project financing di fine secolo, è l'ora di progetti costruiti dal basso e funzionali a economie diversificate, locali e sociali. Basta «trilocali doppiservizi», le generazioni Erasmus cambiano l'idea di abitare

Da qualche parte, Italia. La fabbrica ha chiuso nel 1993. Ci lavoravano 500 persone. L'edificio ha la razionale bellezza dei luoghi utilitari. Il primo nucleo, qualche centinaio di metri quadrati, è degli anni '30. Il cemento armato degli shed ha gli spigoli smussati e gli eleganti sguinci delle prime realizzazioni col sistema Hennebique. Manifattura familiare avviata a metà dell'800, in un settore le cui origini locali datano al '400. Negli anni '50 il salto di scala. La fabbrica cresce fino a occupare 30mila metri quadrati. Stessi shed, senza più finezze. È parte di un distretto specializzato, oggi ridimensionato ma non scomparso. Le produzioni rimaste sono nella fascia alta, mercato internazionale. Il resto non si fa più qui.l Comune l'ha comprata al fallimento. Negli uffici, affacciati su una strada di ingresso al centro storico – il duomo medioevale è a qualche centinaio di metri – ha insediato una vivace biblioteca, c'è un caffè letterario e un fab-lab. Il resto è vuoto. Un ambizioso project financing per realizzare residenze, commercio, museo, auditorium è fallito insieme ai suoi proponenti: partenariato pubblico-privato di fine secolo, molti metri quadrati privati in cambio di grandi strutture pubbliche; il mercato assorbe comunque e per i futuri costi di gestione si vedrà.

Oggi non funziona più. Che fare? L'assessore che ci accompagna ha chiaro che occorre cambiare strada: pensa a un processo bottom-up che coinvolga i cittadini, a un progetto low cost di usi misti, a una rigenerazione incrementale che riusa le strutture esistenti, a un'economia locale, diversificata e sociale. Dove siamo non ha importanza: è un luogo esemplare di una condizione diffusa. Incarna le contraddizioni e le opportunità di oggi. Lo abbiamo scelto come punto di inizio del nostro viaggio in una possibile ricostruzione. Viaggio che muove da un'evidenza. Col primo semestre del 2014 è definitivamente chiaro a tutti che dentro la crisi congiunturale generale c'è una crisi strutturale di settore, ben più profonda e radicale. Che fare? Non sono certo che abbiamo altrettanto chiaro del nostro assessore in che direzione andare. Il riferimento alla ricostruzione ci riporta al secondo dopoguerra ed è volutamente ottimista. In pochi anni un'Italia in macerie diventa una delle più forti economie del mondo. È in quegli anni che gli italiani accedono al benessere, e il primo segno della nuova condizione è una casa nuova. È in quegli anni che il settore delle costruzioni prende la forma che ha ancora oggi. Più che rimpiangerli, occorre comprendere la rilevanza dello sforzo progettuale compiuto, nonostante contraddizioni profonde. In pochi anni si definisce una qualità abitativa nuova, urbana e borghese, per un mercato per la prima volta di massa, si lancia un programma di edilizia sociale a tutt'oggi ineguagliato – l'Ina-Casa – si affrontano la trasformazione del telaio infrastrutturale del paese – le autostrade – e la qualificazione dell'armatura dei servizi - scuole, ospedali, spazi pubblici, verde - l'estensione della produzione – fabbriche, uffici, ricerca. Si definiscono procedure amministrative, modelli spaziali, meccanismi economici, tipologie abitative, tecniche costruttive capaci di interpretare una domanda sociale inedita. Al confronto, il trentennio successivo ha fatto ben poco, sostanzialmente una seconda onda di upgrade.

Ricostruire oggi significa quindi prima di tutto riconoscere che ci serve una visione del futuro che abbia la stessa ambizione e appropriatezza, che permetta di ricostruire dalle fondamenta un modello produttivo ed economico adatto a nuove condizioni operative. Torniamo alla nostra fabbrica.
Ha ancora senso demolirla? È un costo inutile. Trasforma memorie in macerie, distrugge embodied energy, obbliga a realizzare tutto subito, massimizza il rischio economico.
Riusare. Attirare qui subito nuove funzioni, mescolare e sommare energie anche minori, germinali, diverse ma coerenti. La localizzazione è giusta, riporta verso il centro, densifica, è l'alternativa di crescita da offrire ad un ormai inaccettabile, ulteriore consumo di suolo e di paesaggio. Ricostruire, rigenerare. È un processo economico e produttivo del tutto diverso dalla nuova costruzione. Quali risorse? Chi è disposto a pagare per questo luogo? Chi saranno i destinatari, gli utenti, gli abitanti, i clienti?

Le case al posto della fabbrica non si sono fatte a causa della crisi; ma non è certo che la generazione dei millennials che fra poco si affaccerà al mercato – e quella dei loro fratelli maggiori, che non ci sono ancora entrati benché abbiano ormai compiuto i trent'anni da tempo – voglia ancora quelle palazzine, quei "trilocali doppiservizi", abbia la stessa idea di comfort, bellezza e qualità dei propri genitori. Gli spazi che hanno frequentato durante i loro periodi Erasmus, che fanno da sfondo ai videoclip più cool, che sfogliano nelle riviste lifestyle sono ben altri, certo più simili alla fabbrica che alle palazzine.

Qual è allora il prodotto? Dobbiamo disegnare tipologie e distribuzioni che rispondano alle domande di una demografia statica nei numeri ma dinamica nelle forme, fatta di famiglie ad assetto variabile, di legami intergenerazionali, di anziani attivi e curiosi, di singles e nuclei monoparentali, di nuovi italiani immigrati della seconda generazione, di giovani precari e footloose, ad alta scolarizzazione e basso potere di acquisto, oscillanti tra individualità e comunitarismo, tra nuovi consumi e coscienza ambientale. Costruire nel costruito, riusare, recuperare non si fa con gli stessi modelli di mercato, né con le stesse tecniche e la stessa organizzazione del lavoro del nuovo. Dobbiamo ripensare anche tecnologie ed ecologie. Non facile, per un settore che ha a lungo mescolato rendita fondiaria e utile d'impresa, si è appiattito per sessant'anni sul laterocemento, non più abituato a fare ricerca, che ha disarticolato competenze, filiere e processi di produzione, che ha fino a ieri considerato l'ecologia una imposizione e non un'occasione, la certificazione uno strumento di comunicazione e non una disciplina trasparente e verificabile.

In questa piccola fabbrica, gli interessi di proprietà, sviluppatore e costruttore non necessariamente coincidono: più di un'improbabile valorizzazione in conto capitale, ciò che importa è riportare persone e attività in un luogo improduttivo, riaprire alla vita della comunità, ricollegare lo spazio alla fisiologia della città e del territorio. Se questo accadrà, nasceranno valori, economie, anche profitti.

E chi vorrà un giorno abitare, lavorare, passare il suo tempo libero qui, in che forma avrà titolo di farlo? Attraverso l'unica porta della proprietà, o anche in forme nuove, che interpretino il desiderio di accesso e mobilitino risorse diffuse in modi diversificati, inizialmente anche temporanei, progressivi, a bassa soglia, sapendo progressivamente consolidarli se necessario in titoli definitivi? In forma privata esclusiva, o interpretando le tendenze emergenti alla cooperative consumption, reinventando l'appartenenza nelle nuove forme delle communities intenzionali?
Neppure i servizi pubblici saranno gli stessi. Quegli spazi e quei costi di gestione alla luce delle finanze pubbliche di oggi appaiono anch'essi improbabili, se non immorali. L'attore pubblico sa davvero quali servizi vuole il suo elettore? Forse non più di quanto l'imprenditore privato sappia che case vuole il suo cliente.
Cosa sono oggi una scuola, un parco, un teatro? Che cosa è oggi un servizio pubblico, uno standard urbanistico? È necessariamente pubblico per proprietà e gestione, o lo deve essere per accesso, lasciando a forme ibride nuove di proprietà e conduzione il compito di conservarne permanentemente la natura di bene comune, con la flessibilità, adattività e capacità di iniziativa che il terzo settore, il privato sociale e la sharing economy sanno esprimere, garantendo una durevole sostenibilità economica dell'intervento? Infine, con che strumenti disegneremo e governeremo questa trasformazione? Con le forme di un'architettura iconica e spettacolare, ma forzatamente incapace di dialogo con la città e con la preesistenza? Con i fogli di calcolo di una finanza immobiliare disinteressata alla specificità dei singoli casi? Con le regole di un'urbanistica nata per governare la crescita contenendo le prepotenti energie del boom, di una zonizzazione che classifica funzioni e attività secondo categorie e parametri che appartengono al secolo scorso, di una fiscalità urbanistica che preleva all'origine, quando il valore è ancora potenziale, e ha un'unica misura per un metro quadrato nuovo e un metro quadrato riusato?


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