Progettazione e Architettura

Progettazione Pa, è retromarcia sui tagli all'incentivo

Giuseppe Latour e Alessia Tripodi

Il decreto 90/2014 dà lo stop al bonus (ma per i soli dirigenti), mentre il Dl potenzia il 2% contro il dissesto. I progettisti: un bluff, meno requisiti per aprire il mercato

Una norma che non produrrà nessun effetto pratico. Un Governo in contraddizione con se stesso. Dopo il trionfalismo delle prime ore, la cancellazione dell'incentivo alla progettazione interna della pubblica amministrazione, varata con il decreto n. 90/2014, si è rivelato poco più di un bluff: svuotato di contenuti, il taglio non avrà nessun impatto pratico.
Lo dimostrano le analisi normative che arrivano da più parti, come ad esempio quella del Consiglio nazionale degli ingegneri. Ma lo confermano gli stessi provvedimenti dell'esecutivo: quasi contemporaneamente, il decreto n. 91/2014, infatti, ha confermato e rafforzato il ricorso al due per cento. Per gli interventi di mitigazione del rischio idrogeologico i governatori sono invitati a utilizzarlo.

Le novità

Nel decreto di riforma della Pa è stata inserita una norma che opera una cancellazione parziale dell'incentivo per la progettazione interna: salta, ma soltanto per i dirigenti della pubblica amministrazione. Il motivo è che nel loro compenso è già inclusa ogni forma possibile di retribuzione e non servono altre parti variabili. Per i normali impiegati, l'incentivo resta, tale e quale a prima. Si tratta di una soluzione diversa rispetto alle prime ipotesi. All'inizio, infatti, era stata ventilata la cancellazione piena del bonus. Nel testo andato in Gazzetta ufficiale si è preferito portare qualche correzione dell'ultimo minuto. La soluzione, dopo la soddisfazione iniziale, si è immediatamente rivelata parecchio parziale. Il motivo è la sua estensione limitata. In molte piccole amministrazioni i dirigenti non ci sono, ma lavorano soltanto dipendenti che svolgono funzioni apicali.
A loro il congelamento non si applicherà, perché a loro non si applica il contratto dei dirigenti. Sul punto, è stato appena pubblicato un parere molto dettagliato di Unitel, l'associazione dei tecnici della pubblica amministrazione. Così, in parecchi Comuni la norma non sarà valida. Per le stazioni appaltanti più grandi, invece, il fatto che non ci sia stata abrogazione dell'incentivo lascia in piedi la procedura in base alla quale, prima di appaltare all'esterno, l'amministrazione deve guardarsi in casa e verificare se ha le competenze per fare da sola. Anche in questo caso, allora, il problema resta e l'incentivo sarà distribuito solo tra gli impiegati ordinari, escludendo i dirigenti.

Gli architetti: «Abbattere i requisiti per liberalizzare il mercato»

Il taglio degli incentivi alla progettazione pubblica nella versione del decreto 90 non risolve il problema della liberalizzazione del mercato. Obiettivo che, invece, andrebbe perseguito puntando sulla qualità del progetto attraverso i concorsi e abbattendo i requisiti per l'accesso al mercato dei lavori pubblici». Così Rino La Mendola, vicepresidente del Consiglio nazionale degli architetti e presidente del Dipartimento Lavori pubblici e concorsi, commenta la misura prevista dal decreto 90/2014 di riforma della Pa e rilancia, precisando che «non esiste alcuna guerra con i dipendenti pubblici e certo non auspichiamo provvedimenti punitivi per chi, come i Rup, svolge ruoli importanti, ma vogliamo – aggiunge – che la progettazione e la direzione lavori siano affidate prioritariamente all'esterno». Iniziando con «l'abolizione della norma – continua la Mendola – secondo la quale per esternalizzare il progetto oggi i Rup debbono dichiarare che non esiste una professionalità all'interno» e «promuovendo l'affidamento all'esterno anche per garantire la qualità del progetto, visto che – aggiunge il vicepresidente Cna – i funzionari pubblici sono spesso costretti a dividersi tra il lavoro di routine e quello di progettazione, redatto in condizioni non idonee e spesso in assenza di coperture assicurative, con risultati che, a prescindere dal livello di professionalità, sono di scarsa qualità». E una leva efficace per rilanciare l'esternalizzazione dei servizi di ingegneria e architettura è, secondo La Mendola, il fondo di rotazione, «uno strumento finanziario – spiega – che permette alle Pa di dare incarichi all'esterno e di rimpinguare poi il fondo stesso con il ribasso di gara, creando così le condizioni per ulteriori nuovi affidamenti». Una modalità che si autofinanzia, dunque, e che «alla fine – dice La Mendola – premia le amministrazioni fattive». Ma l'occasione più ghiotta per semplificare le procedure e aprire il mercato «il Governo l'ha persa proprio con lo stesso decreto 90 – continua il vicepresidente – che nelle prime bozze conteneva una norma per l'abbattimento dei requisiti di accesso al mercato dei lavori pubblici, misura che, invece, nella versione definitiva del decreto è saltata». La Mendola spiega, dati alla mano, quale potrebbe essere la potenziale portata di questa semplificazione. «Secondo stime recenti dell'Agenzia delle Entrate, il 98,6% degli studi professionali in Italia conta meno di 5 dipendenti, mentre attualmente quasi il 100% dei bando richiede, oltre agli standard di fatturato, un organico superiore a 5 dipendenti. Ciò significa – aggiunge – che, dato l'attuale sistema di requisiti, solo l'1,4% degli studi può partecipare ai bandi, e che dunque, nei fatti, il mercato è praticamente chiuso». Se a ciò si aggiunge che «l'emendamento per l'abbattimento dei requisiti era perfettamente in linea con la direttiva Ue sugli appalti – dice ancora il vicepresidente – si comprende come il mancato inserimento della modifica nel testo finale ci abbia lasciato molto perplessi».
Ma gli architetti non perdono le speranze: «Abbiamo chiesto un chiarimento all'Autorità Garante della concorrenza – conclude La Mendola – ma nel frattempo auspichiamo che la norma possa essere reinserita in sede di conversione del decreto».

Gli ingegneri: «Legislazione schizofrenica»
Così il presidente del Consiglio nazionale degli ingegneri, Armando Zambrano commenta le novità: «Credo che sia una cosa fatta apposta per non produrre alcun risultato. Questo provvedimento è inutile, come peraltro sarebbe stata inutile l'abolizione completa dell'incentivo del 2 per cento». Bisogna, invece, ripensare radicalmente la filiera della progettazione negli appalti. «Le strutture pubbliche, al di là dell'incentivo, spesso non sono in grado di fare progettazione e vengono distratte dai compiti di controllo e programmazione che sono quelli per loro più importanti».
Ma, in questo caos, c'è un altro paradosso, ancora più singolare, che viene segnalato da Massimiliano Pittau, direttore del Centro studi del Consiglio nazionale degli ingegneri: «È un esempio della nostra legislazione schizofrenica. Insieme alla riforma della Pa, il Governo ha approvato il decreto n. 91/2014, nel quale c'è una norma sulla mitigazione del rischio idrogeologico dove si stabilisce che i presidenti di Regione per la progettazione, il collaudo e la direzione dei lavori possono servirsi, oltre che delle loro strutture, dei Comuni, dei provveditorati regionali e persino dell'Anas. Per pagare i tecnici, viene esplicitamente richiamato l'uso dell'incentivo». Quindi, l'esecutivo con una mano ha finto di cancellare e con l'altra ha ampliato il raggio d'azione del due per cento: di abrogazione non è proprio possibile parlare.


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