Progettazione e Architettura

Dalla Biennale di Venezia cinque idee per il «dopo-Expo»

Giorgio Santilli

Dal parco alla densificazione: Cino Zucchi presenta le proposte di Ma0, Yellow Office, Barozzi&Veiga, Open Fabric e StudioErrante

Molte aree destinate a parco, con le leve del paesaggio e della tutela ambientale in prima linea a ridisegnare e dare identità omogenea a uno spazio «mezzo urbano e mezzo no». È forse il tema predominante, insieme a quello alternativo della densificazione urbana. E c'è chi crea densità tutto lungo la infrastruttura principale, il Decumano, stile Far West. Chi punta invece alla ricerca dell'equilibrio perfetto fra spazi vuoti e densificazione urbana per cittadelle, orizzontali tipo piastra o sviluppate in altezza. Non manca la proposta a metà fra il nodo strutturale originale e la provocazione irriverente: fare dell'area Expo il terzo cimitero, monumentale, multietnico, multiculturale e interreligioso, come grande segno dell'integrazione inevitabile nella città.
Una sfida nella sfida, trovare una soluzione al dopo-Expo, e Cino Zucchi, ordinario di Progettazione al Politecnico, progettista milanese e ora più che mai curatore del Padiglione Italia alla XIV Biennale di architettura di Venezia, non se la lascia sfuggire, convinto come è che a Milano «la tensione fra l'Italia fatta a strati e gli innesti della modernità 1914-2014» - il tema centrale della sua esposizione - siano più forti che in ogni altra città italiana.
La sezione dopo-Expo, curata da Paolo Galuzzi, è in collaborazione con il comune di Milano e Arexpo, la società proprietaria dei terreni dove si terrà l'esposizione universale, ma il tratto della libera ricerca non manca.

Lo spunto di Zucchi era proprio come è lui, come è la sua attività, guarda avanti e cerca soluzioni contemporanee con una densità culturale non proprio comune. «Abbiamo chiesto a cinque studi di architettura - dice Zucchi - di prefigurare uno scenario per il dopo-Expo, immaginando l'Expo come una di quelle città di fondazione, Aosta, Como, Pavia, dove la struttura dei tracciati ha agito come una traccia sottostante ormai scomparsa».
Ne viene fuori - continua - un lavoro di «prefigurazione rispetto alla vera e propria risistemazione delle aree che sta iniziando in forma più completa e organica attraverso una consultazione che sarà bandita tra poco».
La scelta dei cinque studi chiamati a cimentarsi con la riflessione è anche una risposta implicita (perché Zucchi rifiuta la polemica se non per dire con le parole di Karl Kraus che «l'ingiustizia ci vuole») a chi accusa questo Padiglione Italia di aver messo dentro di tutto di più, quanto a cultura ed esperienza progettuale degli ultimi anni. «Ho scelto cinque studi - dice Zucchi - giovani e meno giovani, che avessero svolto in questi anni molta attività di ricerca e che fossero, prima ancora di professionisti della progettazione, capaci di esprimere un'idea dell'architettura». A cimentarsi sul dopo-Expo sono Yellow Office, uno studio nato nel 2008 con la vocazione specifica della progettazione del paesaggio e del paesaggio urbano e una riflessione sulle «new cities», l'Open Fabric di Francesco Garofalo, già curatore del Padiglione Italiano nel 2008 e direttore della Festa dell'Architettura di Roma nel 2010, uno dei motori incessanti della ricerca sull'architettura in Italia, Barozzi & Veiga, lo studio italo-spagnolo con sede a Barcellona e vincitore del premio Giovane talento dell'architettura italiana 2013, StudioErrante, trentenni che si muovono sull'asse Torino-Amsterdam e i romani di Ma0 che molta ricerca hanno fatto pensando alla «architettura come medium interdisciplinare collegato al territorio», anche in collaborazione con un altro studio romano molto apprezzato da Zucchi, IaN+. «Sono studi - dice il curatore del Padiglione Italia - che hanno in comune anche una forte relazione con l'estero» o perché all'interno hanno soci non italiani o perché i soci italiani hanno svolto una forte esperienza professionale fuori dell'Italia.


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