Progettazione e Architettura

Koolhaas e il Leone a Phyllis Lambert: ovvero come non premiare un «collega»

Luigi Prestinenza Puglisi

Come avrebbe potuto la archistar delle archistar tollerare che un suo antagonista potesse essere da lui premiato? E ammesso che lo avesse potuto sopportare, chi avrebbe premiato?

Ci sono almeno due modi per commentare l'assegnazione del Leone d'oro alla carriera a Phyllis Lambert: uno ingenuo che guarda a chi è stato assegnato il premio e uno critico, che guarda a chi lo ha assegnato. Secondo il primo punto di vista, non si può non prendere atto che la Lambert sia stata una figura rilevante nella storia dell'architettura e quindi certamente all'altezza dell'onorificenza concessale dalla 14 mostra internazionale di architettura di Venezia su proposta del proprio direttore, Rem Koolhaas.

La Lambert si diede da fare per far progettare a Mies van der Rohe uno dei capolavori del XX secolo, il Seagram Building di New York: nonostante avesse all'epoca soli 27 anni e nonostante il fatto che il committente e padre Samuel Bronfman avesse scelto altrimenti. E sempre alla Lambert si devono numerose battaglie ambientaliste e per la salvaguardia dei tessuti storici della città nonché la costituzione del Canadian centre for Architecture a Montreal.
Con la Lambert quindi è stato premiato un architetto – prese un master in architettura- che però, più che disegnare lei stessa opere, si è data da fare per rendere migliore il nostro ambiente, e difatti, come recita la motivazione, il Leone d'oro è stato a lei assegnato «non come architetto, ma come committente e curatore».

Poche sono state alla sua altezza. Abilissima promotrice della propria immagine, la Lambert ha recentemente scritto sulla storia del Seagram un libro di successo, che ha presentato in tutto il mondo, Italia compresa, attraverso una serie di fortunate conferenze. Nessuno, infatti, avrebbe oggi premiato, se fossero state ancora in vita, Madame Helene de Mandrot che ebbe il merito di ospitare il primo Congresso Internazionale di Architettura moderna, o la Edith Farnsworth che commissionò allo stesso Mies un'opera non meno rilevante, anche se di dimensioni più contenute del Seagram, o infine la baronessa Hildegard Anna Augusta Elizabeth Freiin Rebay von Ehrenwiesen che commissionò a Frank Lloyd Wright il capolavoro per antonomasia del XX secolo, il museo Guggenheim, approfittando della condizione, forse più favorevole, che lei di un miliardario era l'amante e non la figlia.

Ma anche l'abilità promozionale, a mio parere, non giustifica ancora un premio, assegnato da sempre ai più grandi progettisti. E quindi – e qui passiamo alla seconda chiave di lettura- occorre andare a cercare la motivazione, più che nei meriti oggettivi, nella strategia di chi questo premio lo ha assegnato.

Rem Koolhaas, in effetti, aveva almeno un paio di ragioni per scegliere la Lambert. La prima più prosaica: come avrebbe potuto la archistar delle archistar tollerare che un suo antagonista potesse essere da lui premiato? E ammesso che lo avesse potuto sopportare, chi avrebbe premiato? La bombastica Hadid? Il barocco Gehry? L'oramai commerciale Libeskind? L'high touch Piano? Impossibile. Anche se, scegliendone uno, avesse accettato di fare violenza al proprio ego dilatato, avrebbe dato un'idea parziale di quella che sarebbe dovuta essere l'architettura del futuro. E Koolhaas in questo momento, forse perché anche lui stesso un'idea non ce l'ha, non pare voler prendere posizione: per attardarsi sulla teoria e sull'inconcludente ma remunerativo, dal punto di vista del consenso critico, discorso dei fundamentals e di come la modernità sia stata assorbita dal novecento. Meglio allora premiare una figura rilevante ma creativamente di secondo piano, che ha superato gli ottanta anni e il cui merito è stato di aver promosso l'opera di un architetto di indiscutibile valore morto, sepolto e storicizzato. Oltretutto, teorico della semplicità. Il più è il meno, diceva, infatti, Mies. E certamente il meno può essere utile alla volpe Koolhaas per avvalorare l'ipotesi che lui, proprio lui è più.


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