Progettazione e Architettura

Ingegneri: «No all'aggravio da 150 euro per il Pos». Santoro: «Articolo 263 barriera per la concorrenza»

Giuseppe Latour

«Siamo contenti del bonus da 80 euro per i lavoratori dipendenti ma non capiamo come contemporaneamente ai professionisti si dia l'aggravio da 150 euro per il Pos». Il presidente del Consiglio nazionale degli ingegneri e coordinatore delle Rete delle professioni tecniche Armando Zambrano attacca la decisione del Governo di imporre a professionisti e imprese i pagamenti con il Pos, da poco confermata da un'ordinanza del Tar del Lazio. E lo fa dal palco dell'incontro dedicato dalla Rpt al tema della riforma degli appalti pubblici, giovedì mattina a Roma.

«Si tratta solo dell'ennesimo grosso regalo alle banche», ha detto Zambrano. «Questo paese non può essere governato da grandi gruppi di potere». Soprattutto in una fase di crisi come quella attuale. «In questo momento sappiamo quanti professionisti sono stati espulsi dal mercato del lavoro dipendente restringendo quello dei liberi professionisti».

Il presidente del Cni descrive uno Stato che, anziché aiutare, pone ostacoli ai progettisti. Cita, come esempi negativi, l'aggiornamento delle Ntc, atteso da un paio d'anni, e l'ingerenza eccesiva della burocrazia, definita «il vero dramma di questo paese». Alla luce di questo una via d'uscita può essere l'aumento del peso della normazione volontaria. «Vogliamo che lo stato faccia solo le norme sulla prestazione ma che gli aspetti di dettaglio vengano affidati alla normazione volontaria e in particolare all'Uni», ha spiegato.

Anche perché nei paesi dove questo sistema è stato utilizzato i risultati si sono visti con evidenza. «L'utilizzo intelligente della normazione volontaria può dare sviluppo per l'uno e mezzo del Pil, si tratta di una manovra. La Germania, che è il paese più efficiente dal punto di vista della normazione volontaria, ha stimato un vantaggio di circa 20 miliardi che deriva dalla sua capacità di fare norme che diventano europee». Mentre in Italia il Governo «non dà 2,5 milioni all'Uni, che è il contributo che gli spetta per legge».

Articolo 263
I limiti fissati dall'articolo 263 del Codice appalti in materia di accesso alle gare di progettazione costituiscono «una barriera alla concorrenza» e per questo andrebbero riviste. Sono parole di Sergio Santoro, presidente dell'Autorità di vigilanza sui contratti pubblici, nel corso del convegno della Rete delle professioni tecniche, organizzato giovedì mattina a Roma per fare il punto sulla riforma della materia degli appalti pubblici.
La norma, criticatissima dai professionisti, fissa requisiti di fatturato e di numero minimo di collaboratori per accedere alle gare. Un sistema che non piace nemmeno a Santoro. «I vincoli sul fatturato – spiega - sono una barriera all'ingresso che impedisce l'accesso al mercato dei contratti pubblici dei professionisti più giovani e, per questo, andrebbero rivisti». Discorso simile per la questione dei collaboratori. «Il requisito dell'organico è sproporzionato; questo limite andrebbe ristretto solo alle società di professionisti».
Temi che saranno affrontati nel corso della revisione della determina n. 5 del 2010 sui servizi di progettazione, che è in fase avanzata e che l'Avcp si prepara a varare. «"Lì affronteremo anche altri temi – prosegue il presidente – come quello dei ribassi eccessivi. Su questo fronte molto passa dal controllo dei tecnici delle stazioni appaltanti che al momento non sempre è soddisfacente». L'alternativa passa da un uso maggiore dell'offerta economicamente più vantaggiosa. «Il prezzo più basso dovrebbe essere limitato ai soli affidamenti inferiori ai 100mila euro».

Il sottosegretario al ministero della Giustizia Cosimo Maria Ferri, invece, parla di vere e proprie modifiche alle norme sugli appalti pubblici. «Dobbiamo rivedere le regole in materia di lavori pubblici se vogliamo tornare ad essere un paese all'altezza». E cita diversi esempi. «Bisogna fare chiarezza sui requisiti di partecipazione alle gare. E' necessario ridurre il numero di stazioni appaltanti, cercando di potenziare gli enti che operano nel settore degli appalti. Dovremmo pagare direttamente i professionisti nel caso di appalti integrati, senza passare dall'impresa».
Tutti elementi vitali, secondo il consigliere tesoriere del Cni, Michele Lapenna: «Negli ultimi cinque anni è andato via il 75% del mercato dei servizi di ingegneria, per questo serve una grande attenzione». Per una riforma realmente efficace, non bisogna eccedere nella retorica dei concorsi. «Ormai le opere pubbliche si fanno con la progettazione interna o con l'appalto integrato. Partendo da questo, dobbiamo creare finalmente un sistema di norme che siano trasparenti e chiare».

Architetti
«Gli altri paesi europei hanno costruito una classe di professionisti che detta legge in tutto il mondo, perché a 27 anni vincono i concorsi senza nemmeno uno studio». Anche per il presidente del Consiglio nazionale degli architetti Leopoldo Freyrie, quando di parla di appalti pubblici, il tema centrale passa dall'accesso alle gare. Bisogna aprire il mercato per garantire anche ai nuovi arrivati opportunità di lavoro.
«Nella Merloni si parlava di qualità, trasparenza e concorrenza. A vent'anni da quella legge possiamo dire che nessuno di questi obiettivi è stato raggiunto», dice ancora Freyrie. E l'esempio più lampante di queste difficoltà arriva da un fatto. «Attualmente, il 90% dei professionisti italiani è escluso dal mercato dei lavori pubblici». Bisognerebbe, allora, puntare su altri elementi. «La qualità del progetto – spiega - è fondamentale e non passa da una selezione dei fatturati e dei dipendenti».

Sul fronte delle risorse manca, poi, una visione. «Dobbiamo sapere quali saranno le opere per i prossimi venti anni. E, per come la vedo io, i prossimi vent'anni dovranno essere dedicati al riuso». In questo senso non bisogna più procedere per azioni separate, ma coordinare tutti i programmi aperti. «Le scuole, l'emergenza abitativa, l'efficientamento energetico, il piano città, la valorizzazione dei beni demaniali non sono pezzi separati ma sono tutti la stessa cosa; non possono essere partite diverse. In un'area devo sistemare la scuola, valorizzare la caserma, rendere più efficienti gli immobili. Solo così potrò dire di avere operato una trasformazione». Ma per fare questo «ci vuole una cabina di regia che metta a sistema le risorse. Risorse che, va detto, sono tante, non sono poche».

Realacci
«Il vero treno da prendere per riformare gli appalti è il recepimento delle direttive dell'Unione europea». Per il presidente della commissione Ambiente della Camera, Ermete Realacci la revisione degli appalti pubblici passa anzitutto dalle indicazioni che arrivano da Bruxelles. E' da quelle regole che bisognerà muoversi per rimettere a nuovo il nostro sistema. E su questo Montecitorio si sta già attivando. «Ieri – ha annunciato - l'ufficio di presidenza della commissione Ambiente ha deciso di avviare un rapido di giro di consultazioni per accelerare il recepimento delle direttive».

Per il futuro degli appalti bisognerà agire in termini di semplificazione, perché «in questo settore siamo davanti a un'enorme parcellizzazione». E, paradossalmente, «questa mostruosa ipertrofia legislativa in realtà non ha risolto i problemi di fondo che abbiamo davanti». Basta un esempio. »Oggi chi partecipa ai grandi appalti ha più avvocati al suo servizio che architetti e progettisti. Questa grande presenza di uffici legali è legata a un dato patologico: i ribassi vengono recuperati con i contenziosi e con le varianti in corso d'opera. Esiste un meccanismo deformato per cui il ribasso è una premessa per un'azione che viene in seguito fatta».

Realacci, però, chiede anche un impegno ai professionisti: più attenzione alla deontologia. «Penso alla certificazione energetica, che oggi viene fatta in una maniera insopportabile: non è possibile vendere via internet certificazioni da 50 euro». In questa maniera si svuota l'obbligo dei suoi contenuti sostanziali. «Un domani quella certificazione sarà una tassa e non una cosa percepita come utile».


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