Progettazione e Architettura

Un premio a un architetto che fa ricerca e che non dimentica l'uomo

Luigi Prestinenza Puglisi

Per la seconda volta di seguito il Pritzker è stato assegnato a un architetto giapponese, segno che le ricerche più interessanti avvengono fuori dall'aerea europea e americana

Il trentasettesimo premio Pritzker, unanimemente considerato il Nobel dell'architettura, è andato ancora a oriente. Il cinquantaseienne Shigeru Ban è, infatti, il settimo giapponese a riceverlo, subito dopo Toyo Ito, cui era stato assegnato l'anno precedente. Segno che oggi le ricerche più interessanti avvengono fuori dall'area europea e americana, in quei Paesi, quali appunto il Giappone, caratterizzati da una cultura ibrida che ha assimilato quella occidentale, trasformandola in modo originale.

La giuria del Pritzker, composta tra gli altri da Alejandro Aravena, Young Ho Chang, Glenn Murcutt, non ha avuto dubbi. Oggi nel 2014, anno della biennale di Koolhaas contro l'architettura firmata e irresponsabile, ha voluto anch'essa dichiarare la propria opposizione allo Star System elogiando «l'elegante semplicità e apparente mancanza di sforzo (effortlessness) del lavoro di Shigeru Ban che risponde con creatività e un design di alta qualità a situazioni estreme provocate dalle devastazioni generate dalle calamità naturali».

Si osservino attentamente i tre concetti che emergono da queste parole.
Bisogno di semplicità: più chiaro di così non poteva essere. Viviamo in un'età di Quaresima, stanca di giochi formali, di forme vuote, di torte barocche servite, tutte uguali, nelle realtà urbane più disparate.
Semplicità, però, come? Nel senso che l'architettura oggi debba dimenticare di essere un'arte? Si e no, e la parola effortlessness tradisce questa ambivalenza. L'abilità nel produrre manufatti in cui vi sia un'apparente mancanza di sforzo o "sprezzatura" è, infatti, una qualità dell'artista manierista lodata a suo tempo nel Cortigiano di Baldassare Castiglione (1478-1529). Consiste nel far sembrare come naturale, immediato ciò che non lo è per nulla, provocando piacere estetico. Come a dire: pur sempre di Arte parliamo e la semplicità è anche un artificio stilistico. Ed ecco il secondo concetto: Ban non è un semplice tecnico, ma un artista che con la sua magia ci fa sognare.

A questo punto, per evitare equivoci, la giuria ha sentito bisogno di raddrizzare il timone, introducendo un terzo concetto: l'impegno sul campo. Ha indicato che non tutto il lavoro di Ban era stato oggetto di considerazione per il premio ma solo o, forse sarebbe meglio dire, soprattutto quello progettato ed eseguito in occasione dei disastri naturali; dove il giapponese ha inventato tecnologie basate su materiali semplici, quali i tubi di cartone pretrattati. Come nella cattedrale a Christchurch in Nuova Zelanda o nelle innumerevoli opere a Kobe (1995), in Ruanda (1994), nello Sri Lanka (2004), nel Sichuan (2008), a Taiwan (2008), a Haiti (2010) e a L'Aquila, dove però Shigeru è stato uno dei tanti progettisti martiri della nostra politica e della nostra burocrazia.

Christopher Hawthorne il critico di architettura del Los Angeles Times, ha subito notato le implicazioni ideologiche della scelta del Pritzker. E ha contrapposto Shigeru Ban a Zaha Hadid, poco e nulla interessata agli aspetti sociali dell'architettura. Ha ricordato che la star anglo irachena, la quale aveva vinto il Pritzker nel 2004, aveva proprio lo scorso mese reso al giornale britannico Guardian una incauta dichiarazione a proposito del fatto che i lavoratori in Qatar, dove lei ha disegnato uno stadio oggi in costruzione per la Coppa del mondo del 2022, sono immigrati costretti a lavorare in condizioni pericolose e miserabili. «Non è il mio compito di architetto occuparmene» aveva detto. E appena dopo, il socio, Patrik Schumacher, aveva affermato in un post su Facebook che è folle aspettarsi che gli architetti si possano occupare «dell'ottenimento della giustizia sociale» e anzi aveva aggiunto che oggi troppi critici e premi sono assegnati solo in base a una falsa interpretazione del politically correct. «Posso solo immaginarmi - proseguiva il critico del Los Angeles Times - come Schumaker e la Hadid potrebbero reagire alla notizia che Ban abbia vinto il Pritzker».

Ban quindi come anti-Hadid. Vero fino a un certo punto. È vero, infatti, che Ban abbia inventato idee e strutture per le emergenze, e non solo in cartone: sono molto istruttivi anche i suoi progetti in cui ripropone in maniera creativa l'uso dei container utilizzati nei trasporti marini. E non è azzardato pensare che, per certi aspetti, il giapponese possa essere considerato come un continuatore di Fuller, un genio al quale lui espressamente dice di ispirarsi. Insomma un Buckminster dell'oriente postindustriale.

In questo modo ci dimenticheremmo, tuttavia, del non meno rilevante aspetto formalista. Ban è autore, infatti, di alcune opere di un estremo minimalismo, talmente minimal da non avere neanche le stanze da bagno, insomma con i servizi igienici ampiamente in vista. Appartamenti caratterizzati da grandi vetrate involucrate da gigantesche tende, affascinanti ma poco funzionali, alle quali non senza un certo snobismo estetizzante è destinato il compito di oscurare gli interni. È inoltre l'autore di opere, quali il centro Pompidou a Metz, in cui la dimensione iconica non è per niente secondaria.

Ban, del resto, ha avuto una solida formazione accademica: dapprima a SCI ARCI ( Southern California Institute of Architecture) a Los Angeles, uno dei centri della cultura decostruttivista mondiale, dove hanno insegnato Michael Rotondi, Eric Owen Moss, Peter Cook, Greg Lynn, Thom Mayne, solo per citarne alcuni. Poi a Cooper Union dove ha avuto come maestro John Hejduk: insomma la migliore educazione architettonica alla quale attingere negli Stati Uniti ma non certo estranea ai formalismi più esasperati. Che, a guardar attentamente, emergono in molte delle sue opere e in particolare per i clienti più facoltosi, tra questi Hermès e Camper. Non è un male: i progettisti vivono di ricerca formale e non sempre questa ha immediati riscontri sociali, qualsiasi cosa vogliano credere i detrattori della Hadid. Passare Ban per un apostolo di una nuova architettura tutta orientata al sociale, nonostante i suoi grandi meriti in questo campo, appare quindi criticamente superficiale; riduttivo rispetto a una sua effettiva ricerca architettonica più articolata e contraddittoria, sicuramente più interessante e che proprio per questo gli avrebbe fatto meritare comunque il premio Pritzker, anche in tempi meno quaresimali.

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