Progettazione e Architettura

Padova celebra Piano, archistar-artigiano da cui prova a ripartire l'architettura italiana

Luigi Prestinenza Puglisi

In occasione della Biennale Cappochin una rassegna destinata al progettista chiamato da Renzi al tavolo di lavoro del grande piano di recupero delle scuole

Renzo Piano fa di tutto per non apparire una archistar. Ma è lui l'unica grande stella dell'architettura italiana. A Padova, dove il 15 marzo ha inaugurato una mostra del proprio lavoro a Palazzo Ducale, in occasione della Biennale dedicata a Barbara Cappochin, e dove ha tenuto per l'occasione una lezione, l'aula magna straboccava. E colpiva il coro di consensi come sempre provenienti da tutte le parti: dai politici, dagli accademici, dagli uomini di cultura, dai critici e dai giovani. Giovani i quali, per cercare di entrare nell'aula magna, hanno messo a dura prova un nutrito servizio d'ordine che con gran fatica cercava di indirizzarli verso il maxischermo in piazza, dove l'evento, in previsione dell'eccezionale afflusso, è stato trasmesso in diretta. Sicuramente, tra questi numerosi giovani vi erano alcuni che via internet si erano appena compiaciuti per la pessima notizia dell'estromissione dell'altro protagonista dell'architettura italiana, Massimiliano Fuksas, dalla direzione artistica del Palazzo dei Congressi di Roma, come se il problema fosse la parcella giudicata eccessiva e non il fatto gravissimo che una delle poche opere importanti oggi in cantiere in Italia sarà completata senza la supervisione del suo progettista.

Ma Fuksas può risultare antipatico. Mentre Piano - lo ha mostrato ancora una volta alla conferenza di Padova - è un affabulatore straordinario, un incantatore che pare conoscere il segreto che tutti cerchiamo: la formula della tecnologia per l'Uomo. Che non ci fa cementificare ma essere green. Che ci connette ma senza il pericolo del Grande Fratello. Che ci fa muovere e riscaldare ma senza provocare il buco dell'ozono. Che ci fa guardare al futuro senza tagliare il cordone ombelicale con il passato.
Il vulcano buono, la cassa armonica di uno strumento musicale, le schegge di cielo. L'immaginario di Piano è fertile di metafore che affascinano i suoi interlocutori, troppo spesso impauriti dagli altri architetti.

Forse perché loro lanciano proclami mentre Piano cerca di prenderti per mano. Entrate, per esempio, a Palazzo della Ragione. Il grande incantatore vi fa accomodare attorno a 32 tavoli circondati da sedie da regista in legno e tela: semplici, comode, economiche, colorate. E vi apre idealmente le porte del suo studio mettendovi a disposizione plastici, fotografie e gli stessi disegni di cantiere. Nessuno stress, nessuna ricerca dello stupore, zero aggressività. D'altra parte la mostra si intitola Pezzo per pezzo. Una ulteriore prova che è lui il precursore della slow architecture. Infatti chi se non Piano parla ancora di bottega artigianale, sostiene che oggi le periferie occorra rammendarle, si illumina davanti all'idea dell'architetto condotto che con piccoli ma continui interventi vuole ridare alla città la bellezza che ha perso. Retorica? Forse, ma non vuota. La mostra è bella e Piano sa controllare lo spazio. Con padronanza ha appeso al soffitto in corrispondenza dei 32 tavoli, che altrimenti si perderebbero nella gigantesca dimensione del Palazzo della Ragione, grandi e leggeri pannelli fotografici nonché alcuni suggestivi modelli, in scala dettagliata se non al vero, riproducenti frammenti delle proprie costruzioni. In questo modo il nuovo non scompare davanti all'antico e, nello stesso tempo, dialoga, dando l'impressione che la sintesi, semplice e possibile, quasi alla portata di tutti, basti solo volerla.

Ed è questo il discorso vincente di un progettista che, unico, oggi può risollevare le sorti dell'architettura in Italia. Perché il paradosso è che mentre tutti sono innamorati di lui, mai come oggi in Italia lo stato dell'architettura è stato più disastroso. Prima citavo il caso della defenestrazione di Fuksas dal cantiere della Nuvola, ma se ne potrebbero citare molti altri che mostrano uno stato inaudito di sofferenza: cantieri che non si riesce ad aprire o a chiudere, latitanza di concorsi affidabili, regole sempre più farraginose, scarsa considerazione della qualità in edilizia, stato disastroso delle nostre città a partire dalla semplice e banale manutenzione delle strade e dell'arredo urbano, esilio forzato all'estero dei nostri migliori progettisti e dei giovani laureati. Il tutto mentre Piano è nominato Senatore a vita dal Presidente della Repubblica, mentre politici e amministratori si uniscono alle standing ovation nelle sue conferenze, mentre Matteo Renzi lo chiama per avere consigli su come gestire ampi capitoli del suo programma, iniziando dalle scuole.

E allora? E allora, se l'architettura vuole ripartire, in Italia non si può che ricominciare da Piano. Trasformarlo in ambasciatore di questa disciplina negletta e fare quadrato intorno a lui, il quale sembra aver intuito quale potrebbe essere il suo prossimo ruolo. Almeno così fa pensare il fatto che abbia deciso di devolvere il suo stipendio di senatore per finanziare un gruppo di giovani architetti finalizzato a trovare e poi proporre strategie per le nostre città. Riuscirà Piano in tutto questo? A favore gioca la perseveranza, il fascino, la universale popolarità, l'esperienza del personaggio. A sfavore l'impermeabilità Italiana al cambiamento. Certo è che, se non ce la farà nemmeno Piano, non si vede proprio a quale santo l'architettura italiana, almeno nei prossimi dieci anni, possa votarsi.


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