Progettazione e Architettura

Peluffo: «Università e scuole di architettura drammaticamente lontane dalla realtà»

Gianluca Peluffo

Una radiografia dell'involuzione dell'ultimo decennio attraverso tre grandi temi: governo del sistema, formazione, professione

Vi propongo di leggere l'involuzione drammatica di questi ultimi 10 anni attraverso tre livelli di lettura: il primo, di governo, il secondo di formazione e il terzo di professione.
Questi tre livelli di lettura partono da un'idea di Architettura come bene Pubblico, in ogni sua forma, e quindi dal pensiero che l'Architettura sia uno dei modi per promuovere la cultura e l'economia di un paese, nei termini di rappresentatività, sviluppo economico, appartenenza, intesa come collegamento fra identità e globalità.

Per il primo punto mi sembra evidente che siamo governati (globalmente) da una classe dirigente che è a servizio d'interessi altri rispetto a quelli del Paese, interessi travestiti magari da esigenze di rigore di bilancio, europeo o meno: il re è nudo, e il fatto che si stiano distruggendo le medie e piccole imprese, i professionisti, attraverso la vessazione e la burocratizzazione dell'irresponsabilità pubblica, è ormai evidente. E insopportabile.
L'assenza totale d'investimenti nel campo dell'edilizia e delle infrastrutture pubbliche, a fronte di un continuo, incomprensibile e vertiginoso aumento della spesa pubblica, sta uccidendo il nostro settore.
Nel nostro Paese si deve investire nel recupero del patrimonio, nella costruzione di nuove scuole, nelle nuove infrastrutture, indebitandosi per lo sviluppo e favorendo l'impiego dei giovani, che, in modo ormai diffuso, pensano solo a lasciare il Paese. Questi investimenti andrebbero collegati a un sistema maturo di rapporto pubblico-privato, che il pubblico sia capace di guidare e calmierare.

A fronte di un'assenza totale di pianificazione e investimento sulle opere pubbliche, assistiamo a un continuo aumento kafkiano del sistema burocratico, che è una macchina che si muove al di fuori di ogni logica d'interesse pubblico o sviluppo, ma ha l'unico scopo di eliminare l'individuazione dei criteri decisionali, e quindi di responsabilità.
I bandi di concorso, i criteri di aggiudicazione delle gare, gli appalti integrati sono un evidente strumento di questa macchina che divora intelligenza, energie, risorse pubbliche e private.
La parte pubblica deve tornare a investire sul progetto, assumendosi l'onere e la responsabilità della sua scelta e della sua difesa. Per il bene pubblico e quello privato.
A fronte di questa esigenza inderogabile (fare tornare la politica a progettare e a difendere la sua progettualità attraverso criteri di scelta qualitativi e di amministrazione chiari), in questi 10/20 anni le nostre Università dietro alla pretesa di allargare il numero dei laureati, non hanno scelto una strada di identificazione reale di livelli formativi (tecnici professionali, culturali, dell'amministrazione etc) ma si sono «liceizzate», ovvero hanno abbassato il livello di difficoltà e hanno allontanato i professionisti. L'ultima incredibile dimostrazione di questo crollo qualitativo, sta nei recentissimi risultati delle abilitazioni alla docenza, là dove sono stati draconianamente, nepotisticamente e ottusamente allontanati dall'insegnamento del Progetto, proprio i professionisti, chi progetta (nella «Kultura» architettonica italiana l'aggettivo «professionista» è il peggiore insulto utilizzabile dopo «italiano») favorendo presunte figure teoriche o altre indefinibili. L'Università italiana, e le Scuole di Architettura nello specifico, sono drammaticamente lontane dalla realtà, dalle sue esigenze, e stanno affossando ogni forma di futuro possibile. Anche qui, andare a studiare all'estero sta diventando la scelta prioritaria o l'unica aspirazione e speranza dei giovani.

L'ultimo punto: l'inutilità degli Ordini e delle rappresentanze rispetto a queste problematiche è stata eclatante. Ma ancora più eclatante è l'assenza delle Istituzioni e delle sue emanazioni nella promozione della progettualità italiana a livello internazionale. Come professionisti continuiamo a viaggiare soli, con valigie più o meno metaforicamente di cartone, per combattere una "battaglia" che è sia professionale che culturale, a fronte di un vero "sistema" degli altri Paesi, europei e non.

Ministeri, Biennali, Triennali, mondo diplomatico, storiche riviste del settore (che nessuno più legge), critici (che nessuno ha mai letto), travestono di «internazionalismo» un profondo provincialismo culturale e un'incapacità di visione oltre alla moda del giorno e il successo individuale e personale. Ricordo qualche anno fa un critico italiano molto serio (o meglio serioso, e altrettanto prevedibile) che, a fronte di una nostra ingenua richiesta di «fare massa critica» fra critica e architettura in Italia e per l'Italia, ci rispose: «smettete di lamentarvi e di essere provinciali e cominciate a vincere un concorso internazionale»; avevamo da poche settimane vinto il Concorso per il Nuovo Palazzo del Cinema di Venezia.
Fino a 5 anni fa concludevamo ogni nostra email di lavoro, e non solo, con un «ce la faremo».
Da qualche mese abbiamo aggiunto un punto di domanda.

Gianluca Peluffo
5+1AA Alfonso Femia Gianluca Peluffo


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