Progettazione e Architettura

Università e professione, Cino Zucchi: «La laurea non è un passaporto per il lavoro»

Paola Pierotti

Qualità e competenza dei docenti, chiarezza e vivacità dell'offerta formativa, dialogo con le culture esterne sono tra gli elementi che, secondo l'architetto milanese, identificano l'ateneo di qualità

Architetto Zucchi, lei è ordinario al Politecnico di Milano e un professionista affermato, quali sono secondo lei i criteri da considerare per valutare la qualità della nostra università, anche confrontandola con quella di altri Paesi?
Ovviamente metto al primo posto la qualità e la competenza dei docenti. Poi la chiarezza e semplicità dell'offerta formativa, la vivacità culturale, la presenza di servizi accessori alla didattica, il dialogo con le culture esterne, e la capacità di donare allo studente un curriculum che lo possa rendere interessante per un mercato professionale allargato almeno a livello dell'Europa.

Lei prende sempre come riferimento il MIT di Boston; che cosa dovrebbe importare dall'estero il modello-italiano?
Da giovane ho avuto la fortuna di studiare all'MIT, e il semestre scorso ho insegnato «Housing and Urbanization» al GSD di Harvard. Il sistema anglosassone è profondamente diverso dal nostro, e non è trapiantabile in Italia. Due cose forse si potrebbero prendere a modello: la possibilità per uno studente di essere coinvolto in attività di ricerca riconosciute come credits, e una maggiore internazionalizzazione della classe docente.

Come sta oggi l'università di architettura? Il suo voto e un giudizio.

L'Italia ha mediamente buone scuole di architettura, anche se è difficile "fare una media" data l'estrema differenza di scala e di approccio didattico. Il problema principale che io vedo è quello dell'orientamento dello studente nella grande varietà possibile dei profili culturali e professionali che l'Italia offre in misura molto maggiore alle università straniere, e che spesso sono separati troppo presto, con poca formazione comune.

Ha senso la polemica contro la parcellizzazione delle facoltà?
Negli anni ottanta e novanta sono nate svariate università di architettura in Italia per ragioni del tutto occasionali: la fondazione di piccoli regni personali da parte di docenti, o la risposta alla vanità di qualche politico locale. Ma esiste una massa critica sotto la quale l'università diventa una sorta di grande liceo. Tenere attive troppe strutture è un costo che la nostra società oggi non si può permettere, per cui non trovo sbagliato un ragionamento su possibili accorpamenti.

Riforma 3+2, effetti della riforma sulla professione?
Nella mia esperienza, gli studenti che hanno un'intenzione seria di fare la professione non si fermano quasi mai alla laurea breve. E tuttavia, lo iato tra i due momenti permette allo studente di guardarsi in giro, di fare un tirocinio e di scegliere eventualmente un'altra sede per la laurea magistrale. Diciamo che ne amplia il punto di vista, con effetti positivi anche sulla professione.

Che sa fare un architetto junior dopo 3 anni?
Poco, forse niente di utile dal punto di vista professionale, se non disegnare a CAD e fare modelli. L'Italia non ha saputo veramente scegliere tra il modello tedesco "in parallelo" di Bauschule e facoltà di Architettura - dove la prima formava una sorta di "supergeometra" con nozioni pratiche - e il modello anglosassone di Bachelor più Master - dove il primo non è in alcun modo volto all'immissione diretta nel lavoro - .

Suggerimenti concreti per studenti?
Demandare molto a voi stessi e ai vostri professori, considerare la tesi di laurea un cimento e non un passaporto, e viaggiare molto in Europa per vedere la meraviglia delle nostre città.

Suggerimenti concreti per neolaureati?
Non scoraggiarsi nella ricerca del primo lavoro, e se possibile muoversi in una dimensione internazionale.

Link tra università e mercato del lavoro, oggi, in Italia?
Non molti ma in crescita, come alcune borse di dottorato finanziate da aziende.

E all'estero, qualcosa di diverso anche da copiare?
Il "career day", dove i grandi studi aprono un piccolo stand alle università ed esaminano di persona i curriculum per potenziali inserimenti lavorativi post-laurea.

Cosa fa l'università per avvicinarsi al mercato del lavoro? Qualche azione concreta che può segnalare?
Per la sua natura specifica, a Milano la facoltà di Design ha molte iniziative di grande interesse legate a realtà aziendali esterne. Molte scuole hanno recentemente differenziato i programmi con doppia laurea Ingegnere/architetto, e attivato corsi di laurea orientati verso la conoscenza tecnologica e la gestione di cantiere.

I docenti devono/possono essere architetti professionisti? Nelle Università di architettura è bene che insegnino dei professionisti che conoscono il mercato del lavoro?

Innanzitutto non penso che l'Università debba ridursi una scuola professionale; essa deve dare una serie di fondamenti culturali umanistici e scientifici non di uso diretto. Io sono un professionista (insegno come professore a tempo determinato), e penso che questo fatto si rifletta in maniera proficua nel mio insegnamento, ma servono ambedue le figure di docenti.

Un suo commento su incarichi di progettazione gestiti dalle Università o sviluppati da alcuni docenti: come regolare il fenomeno?

Un docente a tempo pieno non dovrebbe esercitare la professione, mentre a un docente a tempo determinato è concesso. Poi esiste il cosiddetto "conto terzi" dei dipartimenti, che secondo me va circoscritto a studi, ricerche, consulenze. La responsabilità professionale completa, compreso le sue garanzie nel tempo e i suoi aspetti legali, non può che restare in capo al singolo; e un professore non deve mai usare la sua posizione per fare concorrenza professionale indebita.

Dopo l'università si aprono strade infinite. La formazione in architettura apre ad un ampio spettro di mestieri, ad esempio?

Nella stessa sera, portando i miei figli ad un cinema multisala, ho incontrato un mio studente che faceva il cassiere e un altro il cameriere al ristorante del multiplex: spero tuttavia fossero lavori temporanei. Io stesso ho fatto architettura senza idee definite, pensandola come un'educazione che lasciasse aperte molte strade. In fondo è una disciplina che si occupa di gran parte dello spazio antropizzato, della nostra cultura materiale, e quindi può aprire molte direzioni professionali diverse.

Programmi Erasmus e Leonardo, l'esperienza internazionale è ormai entrata nel dna degli studenti di oggi? Gli studenti italiani stanno al passo con quelli di altri paesi?

Assolutamente si, la recente mostra al MAXXI curata da Pippo Ciorra documenta bene gli esiti di questa esperienza importantissima dal punto di vista culturale ed esistenziale. Alcuni ottimi studi internazionali (ne abbiamo appena premiato uno al Festival dell'Architettura 2014) hanno membri italiani conosciutisi in Erasmus con colleghi stranieri, e stanno diventando delle punte di qualità dell'architettura europea.

Se dovesse consigliare un'università straniera, quale indicherebbe? Perché?

L'ETH di Zurigo per la qualità del corpo docente, Delft in Olanda per la lunga tradizione olandese di un'architettura impegnata socialmente, L'ETSAM di Madrid per la completezza dell'educazione architettonica spagnola, la Bartlett di Londra e il GSD di Harvard per l'apertura alle nuove ricerche, e L'Accademia di Architettura di Mendrisio per il suo approccio "classico" all'impegno progettuale degli studenti.


© RIPRODUZIONE RISERVATA