Progettazione e Architettura

A Porto Marghera recupero dal sapore futurista per l'ex capannone dismesso

Valerio Paolo Mosco

Stile essenziale per l'intervento di restyling firmato Armando Dal Fabbro, che a Porto Marghera (Venezia) ha trasformato un ex edificio industriale con magazzino e mensa in un polo urbano che ospita eventi e spazi commerciali

Marghera per Venezia ha rappresentato molto. Della città lagunare è il suo alter-ego industriale, oggi quasi post-industriale. Senza Marghera Venezia sarebbe condannata a diventare un museo o peggio un parco giochi estetizzante. Su Marghera da anni si è esercitata la cultura architettonica, specialmente quella che è stata consegnata alla storia come la "Scuola di Venezia".

Armando Dal Fabbro, il progettista di questa ristrutturazione da anni lavora a Venezia: insegna allo IUAV seguendo ed attualizzando il lavoro di Gianugo Polesello, uno dei maestri della Scuola di Venezia. In diverse maniere e con esiti alla volta non perfettamente congruenti tra loro, la Scuola di Venezia, partendo dal presupposto che la singola architettura si sarebbe dovuta assoggettare alle leggi della città, ha proposto un'architettura per così dire essiccata, ridotta ai suoi caratteri primari, possibilmente avulsa dalle connotazioni particolari considerate pleonastiche e decorative.

Schema e progetto dunque avrebbero dovuto trovare un bilanciamento pressoché perfetto in un'architettura fatta di frasi principali, capace così di eliminare preventivamente quelle secondarie. Seguendo questa ipotesi Polesello e con lui Dal Fabbro, hanno messo a punto un linguaggio scarno e geometrico, elementare ed assertivo, in definitiva una architettura di sfondo il più possibile oggettiva ed anonima, capace di dialogare sia con la città storica che con quella industriale e con le sue infrastrutture.

Negli ultimi due decenni questo genere di architettura è stata osteggiata da una tendenza totalmente opposta: per nulla attratta dalla sintesi, narrativa, alle volte persino neo-vernacolare: un'architettura che voleva in definitiva fare il verso alla città diffusa e ai territori ibridi. Il risultato di questa interpretazione è stato quello che Franco Purini ha definito lo "stile storto", che ha avuto come centro di irradiamento la Scuola di Pescara. Gli ultimi due decenni hanno visto il prevalere di questo "stile storto" tanto che l'architettura di sintesi è stata messa da parte. Ultimamente stiamo una radicale inversione di rotta per cui le nuove generazioni vanno riscoprendo l'architettura di sintesi. Il fenomeno è interessante; complice forse la crisi che impone un asciugarsi delle forme, da più parti si inizia a prendere le distanze da quell'overdesigned, da quell'eccesso espressivo e decorativo che ha caratterizzato gli anni del decostruttivismo.

In questo contesto va ambientato il valore dell'intervento a Marghera di Dal Fabbro. Egli infatti nel riconfigurare questo edificio industriale della seconda metà del secolo scorso, si attiene ad un rigore di sintesi pressoché totale: nessuna cedevolezza quindi nei confronti dello stile storto, ma pochi segni il più possibili strutturali, secchi, privi di denotazioni peculiari, persino anonimi, ma che sanno dare al tutto un'enfasi velatamente monumentale. L'edificio preesistente era una sobria e per nulla banale architettura industriale ingegneristica, in cui si sentiva il lontano eco dei coevi edifici tutta nuda struttura di Nervi e Morandi.

Dal Fabbro si pone in continuità con questa sobrietà strutturale e ne ampia il valore figurativo, così sveste la pensilina originaria dello scarico merci fino a liberare i pilastri a coda di rondine alveolati che nella nuova configurazione danno vita a qualcosa di simile ad un colonnato dal sapore un po' classico ed un po' futurista. All' interno, articolato in due navate incastrate a T tra loro alte 19 e 13 metri, Dal Fabbro sceglie di mantenere l'originario telaio strutturale in cls, rigenerandolo con fibre di carbonio; su di esso innesta una nuova struttura metallica dipinta di bianco, resa completamente autonoma rispetto al telaio originario. La tamponatura è costituita da un involucro avvolgente in pannelli di vetro ventilati e semistrutturali che permettono un elevato standard di isolamento termico ed acustico. Il costo dell'intervento (comprensivo delle sistemazioni esterne) è stato di 25 milioni di Euro per una superficie lorda di pavimento di 10.000 metri quadri.

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