Progettazione e Architettura

Il concorso di architettura resta la strada obbligata per migliorare la qualità del costruito

Paola Pierotti

Nella scorsa gestione Alemanno la qualità della progettazione è stata negata o sotto utilizzata. Se il nuovo sindaco di Roma vuole migliorare la città dovrà puntare sull'architettura

«Roma ti amo» è lo slogan del candidato sindaco al Campidoglio Alfio Marchini.

«Roma ti amerei se...», viene da dire. Se fossi accogliente, se fossi pulita e organizzata, se fossi una città ospitale per gli anziani e per i bambini, se ci fossero occasioni di lavoro. E quindi se ci fossero piazze e spazi pubblici in centro e in periferia, se ci fossero infrastrutture e mezzi pubblici come richiederebbe una città capitale, se ci fossero strategie politiche ed economiche in grado di attrarre capitali pubblici e privati, se il progetto fosse una priorità (non solo per gli architetti).

Roma oggi non è una capitale europea come le altre: può contare su un traffico turistico interessante e su un'indiscussa appetibilità internazionale, ma la qualità della vita non è paragonabile a quella di altre città internazionali.

Per cinque anni il Campidoglio ha sfornato decine di comunicati stampa al giorno: rarissime le comunicazioni che avevano a che fare con la progettazione, zero gli avvisi di bandi di concorsi di architettura.

Sono tanti gli architetti scesi in campo in questa campagna elettorale romana: numerosi i professionisti che hanno inserito tra i loro messaggi i temi dell'urbanistica, della partecipazione, dell'architettura. Sono loro che a differenza dei candidati-sindaci hanno speso qualche parola sul tema della "Città".

A chiunque vinca la corsa al Campidoglio si chiede un'attenzione su questo tema. Al sindaco che verrà si chiede di dare un futuro a Roma: di investire sul patrimonio esistente, di valutare tutte le possibili opzioni nella consapevolezza che le risorse economiche pubbliche sono nulle, di garantire una credibilità perché altri possano investire. La Città eterna ha bisogno di una rivoluzione nel centro storico e nell'area metropolitana: può farlo contando sulle risorse interne (i tanti professionisti romani), con il confronto internazionale e ancora sulla corretta e trasparente sinergia con i privati.

Basta vision e progetti astratti, basta documenti e ricerche. Si è perso tanto tempo: servono progetti, azioni, soluzioni per il breve e medio periodo.

Qualità urbana diffusa. Ben vengano le grandi opere come quelle realizzate negli ultimi vent'anni dall'Auditorium di Renzo Piano al Museo Maxxi di Zaha Hadid. Soprattutto se nascono da concorsi internazionali di architettura.

Interessanti i progetti di restauro e recupero del patrimonio come la nuova Biblioteca Hertziana a Trinità dei Monti. Anche i privati investono le loro risorse: è pronta a Roma la nuova sede degli Artigiani nata da un progetto di demolizione e ricostruzione. Ma dov'è la qualità quando si parla di spazi pubblici, di riuso degli immobili abbandonati e inutilizzati?

«Nessuna amministrazione pubblica persegue la bruttezza e la qualità scadente come obiettivo dichiarato – si legge nel programma elettorale del candidato sindaco Ignazio Marino - ma raramente si pone il problema della qualità delle trasformazioni come risultato di una filiera».

A Roma la qualità diffusa non si apprezza nel centro storico dove non sono integrati i sistemi del trasporto pubblico e privato, dove le automobili sono parcheggiate senza difficoltà in seconda e in terza fila. Non si vede nella mancata occasione di valorizzazione del lungo Tevere: le rive dei fiumi in tutt'Europa sono state potenziate come spazi sociali e per il tempo libero, nella capitale non è così.

Il progetto urbano e architettonico non è una priorità nelle politiche di trasformazione urbana. La qualità diffusa è evidentemente assente a Roma quando ci si muove lungo le principali arterie della capitale: un esempio per tutti è quello del Campus Biomedico di Trigoria, nella zona sud della capitale, un polo universitario privato che ospita le facoltà di medicina e ingegneria, nuovi edifici curati nei dettagli interni ed esterni, architetture immerse in un parco verde ben curato interconnessi con passerelle pedonali. Un'eccellenza italiana, peccato per arrivarci non ci siano infrastrutture pubbliche e il paesaggio lungo la Laurentina, necessariamente da percorrere per chi arriva dal centro e deve raggiungere il Campus, sia quello di un altro Paese.

Mantenere le promesse. Progetti pubblici e privati devono essere portati avanti con procedure trasparenti e tempi di realizzazione certi: annunci e promesse hanno riempito le pagine dei giornali. Gianni Alemanno ha vinto la sua campagna elettorale cinque anni fa promettendo di abbattere la Teca dell'Ara Pacis e di ricostruirla altrove. È stato ripetutamente annunciato un sottopasso lungo il fiume, a ridosso dell'Ara Pacis. Tor Bella Monaca doveva diventare un quartiere residenziale modello. Si attende da anni la conclusione della Cittadella dello sport di Calatrava a Tor Vergata. All'Eur al posto dell'ex velodromo doveva nascere un polo del benessere, poi un quartiere, ora l'operazione è congelata. Tanto si è parlato anche delle Torri ex Finanze spendendo un progetto griffato Renzo Piano, sempre all'Eur, ma al momento restano visibili solo gli scheletri degli edifici. Della Nuvola di Fuksas, sempre all'Eur, se ne parla da quindici anni, per fortuna in questo caso il cantiere è al rush finale (anche se secondo indiscrezioni la copertura economica non è ancora sicura).

Partecipazione. Il consenso della cittadinanza si ottiene quando si condividono scelte strategiche e si comunicano le azioni necessarie per arrivare al risultato. Ci sono ormai anche in Italia interessanti laboratori di partecipazione i cui risultati dimostrano che includendo i rappresentanti dei cittadini e delle associazioni si possono avere preziosi contributi in fase di gestione e manutenzione dell'opera o del vuoto urbano (progettato).

A Roma non mancano le energie creative: a Pietralata, per fare un esempio, un gruppo di professionisti ha collaborato per riattivare l'area dell'ex Lanificio Lanciani; a pochi passi da Porta Maggiore una Onlus, Gimema, si è inserita negli spazi dell'ex mulino della Pantanella e ha riattivato un'area urbana soggetta a numerose riconversioni con i propri uffici e promuovendo attività di divulgazione scientifica.

Roma ha ospitato nelle scorse settimane due interessanti eventi: Open House Roma e la Biennale dello Spazio Pubblico. Dal basso qualcosa si muove, ma è il pubblico che deve riuscire a capitalizzare questo patrimonio e tradurre in azioni le grandi idee.

Regia pubblica. L'approvazione di un progetto dipende dalla buona volontà di un'amministrazione e dalla semplificazione delle norme. Al sindaco che verrà si chiede quindi anche di intervenire anche per evitare il conflitto tra poteri diversi: dal parcheggio di Via Giulia (oggetto di una concessione) al nuovo Policlinico Umberto I (nato da un concorso) sono infiniti i casi di sovrapposizione di prescrizioni da parte della Soprintendenza e di altri uffici pubblici. Risultato? I progetti finiscono in un cassetto.

Separare progettazione e costruzione. Tra le priorità di una buona amministrazione ci deve essere il tema dei concorsi di architettura, non come slogan da annunciare in campagna elettorale e poi scordarsene per i cinque anni di amministrazione, ma come metodo di lavoro. I concorsi favoriscono il confronto, mettono in gioco i professionisti (tanti sono gli architetti romani in cerca di occasioni concrete), sono un mezzo per diffondere la cultura del progetto, sono la via preferenziale per rompere quell'unità tra progettazione e realizzazione sempre più diffusa.

La città green. L'uso di energie rinnovabili, la manutenzione del territorio, la valorizzazione delle aree verdi non costruite, i rifiuti, sono tanti i temi che il sindaco che verrà dovrà integrare per far diventare Roma una città verde al passo con gli standard internazionali. Azioni strategiche che vanno tradotte in azioni: tasselli concreti che ad esempio devono prevedere uno sviluppo per fasi. Un esempio: perché un'area temporaneamente non utilizzata e in fase di riconversione non può diventare un orto urbano?

La città metropolitana. Roma ha bisogno di una visione unitaria per poter mettere a sistema le trasformazioni in atto. Capitali e risorse si potranno attrarre solo se i developer nazionali e internazionali avranno chiara la strategia pubblica. Non hanno più senso gli edifici autoreferenziali, autonomi dal territorio di cui la nuova Roma si è arricchita. Serve una nuova infrastruttura capace di fare una città complessa dove è possibile una vita urbana con piazze, parchi, servizi, residenze, uffici.

Le questioni aperte. Dall'area dell'ex Fiera al waterfront di Ostia, dalle centralità ai tanti micro interventi nel cuore della città, Roma potrebbe essere un cantiere a cielo aperto, un'opportunità per progettisti e imprese. Al sindaco che verrà si ricorda che l'architettura non è marketing urbano ma uno strumento politico ed economico di straordinario potenziale.


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