Progettazione e Architettura

Riuso, quando i progettisti innescano il cantiere

Paola Pierotti

Rassegna delle strategie anti crisi: gli architetti si reinventano e attivano la domanda

In assenza di committenze pubbliche illuminate e di risorse (anche private) necessarie per la rigenerazione urbana i professionisti si schierano in prima linea per difendere l'architettura come bene comune. E non di rado trovano come alleati il terzo settore. Parte dal basso, rimettendo al centro il progetto, una rivoluzione che promuove una cultura dell'architettura a bassa densità.
In tempi di crisi il divario con le cosiddette archistar si è sempre più allargato, non ci sono competizioni ambiziose che offrono sfide per il grande numero di progettisti e la creatività viene messa in gioco per inventare nuovi mestieri, al passo con i tempi. Da Messina a Ferrara, da Milano a Torino è partito un movimento informale e collaborativo attento a mappare e valorizzare il patrimonio dismesso e inutilizzato.

«Gli architetti si sono trasformati in operatori culturali, ruolo da sempre ricoperto da letterati e umanisti, sono in tanti impegnati a promuovere un'architettura e un riuso a "bassa intensità" e a bassa definizione architettonica». Gianfranco Franz, architetto, docente all'Università di Ferrara e uno dei promotori del collettivo Città della Cultura/Cultura della Città 2020 (clicca qui per la fotogallery ) è testimone attivo di un processo di rigenerazione del mestiere: «I professionisti oggi non si limitano a rispondere a una domanda progettuale espressa dal committente pubblico, ma creano la domanda offrendo alla città un'opzione non immaginata né dell'amministrazione, né dai cittadini».
A Vienna lo studio degli under40 italo-austriaci feld72 sta portando avanti uno studio sulla trasformazione di zone con gravi problemi demografici e zone di transizione, non si tratta di una ricerca sterile da chiudere in una pubblicazione, ma il loro obiettivo è dare soluzioni innovative alle amministrazioni pubbliche. «Stiamo mappando progetti in cui il vuoto degli edifici pubblici non sia solo assenza ma un punto di esperimento, un laboratorio per lo sviluppo sociale, economico e culturale» spiega Michael Obrist. Tra i casi segnalati da feld72 c'è l'operazione promossa da Ton Matton, artista e urbanista di origine olandese che nella Germania dell'Est, a Werkstatt Wendorf, ha trasformato una vecchia scuola pubblica in un laboratorio sperimentale promuovendo l'autarchia energetica per tutta la comunità. A Stolzenhagen, sempre nella provincia tedesca al confine con la Polonia, una grande area per l'attività agricola è stata convertita in un centro di danza sperimentale, dove per 4-5 mesi all'anno vengono promossi workshop che attraggono persone da tutto il mondo.

I modelli di riferimento internazionali non mancano e anche in Italia ci sono i primi esempi concreti, come la riconversione dei borghi siciliani abbandonati riattivati grazie a degli interventi di social housing o il riuso dell'ex caserma dei vigili del fuoco di Ferrara in uno spazio (Spazio Grisù, clicca qui per la fotogallery ) per le imprese creative.
«È passato il tempo in cui architetti, ingegneri e geometri si spartivano la grande torta del mondo delle costruzioni, stando seduti dietro il tecnigrafo in abito grigio. In questo contesto – commenta Maurizio Bonizzi, architetto Uxa Ufficio x l'architettura – la figura dell'architetto è la più capace a gestire le trasformazioni, in quanto è tecnico competente con conoscenze scientifiche e pratiche, ma anche intellettuale». L'architetto reinventa il suo mestiere: per farsi spazio sul mercato esplicita la domanda, si pone come "facilities manager", collante tra istanze urbane, vere condizioni socio-economiche e politiche amministrative.


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