Progettazione e Architettura

Opere pubbliche e urbane: servono scelte partecipate

Giorgio Santilli

«Débat public», concorsi di architettura, progettazione più trasparente: le idee per ripartire

Non ci sarà una ripresa delle politiche delle infrastrutture e del territorio in Italia senza un mutamento profondo del modo di decidere gli investimenti pubblici. L'attuale modello dell'opera pubblica ha fallito, è da anni in rianimazione e non uscirà dal coma profondo senza una drastica riforma.
A decretare questo fallimento non è soltanto l'esaurimento dei fondi pubblici che richiede il passaggio dalla politica del debito alla politica della partecipazione privata. A consentire una ripresa non è soltanto il project financing. Sciogliere l'intervento pubblico dalle briglie in cui è imprigionato sarà possibile solo con due ingredienti nuovi: democratizzazione delle scelte e partecipazione dei cittadini al processo decisionale.

«Progetti e concorsi» ed «Edilizia e territorio» hanno lanciato nei mesi scorsi due proposte che vanno in questa direzione. Una è la legge sui concorsi di architettura (scarica il testo ), intesa come triplice strumento di centralità del progetto, di trasparenza delle decisioni e di partecipazione della cittadinanza alle scelte del territorio. La nostra proposta ha raccolto consensi nelle istituzioni culturali e professionali ed è stata fatta propria da esponenti autorevoli di tutti i gruppi parlamentari e presentata in Parlamento, ma – come tante riforme bloccate – non ha avuto poi lo spazio per andare avanti. Non ci si può nascondere che la resistenza maggiore viene dai Comuni contrari a stabilire regole vincolanti sulla scelta dei progetti. Qui c'è una grande questione che i sindaci devono affrontare, se mettersi alla testa del partito della trasparenza o preferiscano continuare ad assegnare gli incarichi professionali secondo logiche clientelari e tutt'altro che «aperte».

L'altra proposta cui abbiamo aderito con entusiasmo è quella dell'introduzione di una procedura di débat public in Italia, come avviene in Francia (o, in forme diverse, in Gran Bretagna). Questa nostra adesione si è spinta a sostenere le prime dichiarazioni del premier uscente Mario Monti di voler introdurre questa procedura in Italia, ma si è poi fermata di fronte al pessimo testo approvato dal Consiglio dei ministri, che dà niente meno che al provveditore alle opere pubbliche il ruolo di «guardiano» del procedimento. Una conclusione che contraddice l'intero percorso di trasparenza e snatura l'innovazione della riforma: poco importa che il diktat sia venuto, al solito, dal ministero dell'Economia, preoccupato stavolta di contenere i costi affidando le funzioni innovative al vecchio personale della pubblica amministrazione.
Democrazia, partecipazione, ma anche trasparenza da recuperare negli affidamenti di appalti e maggiore spazio alle piccole e medie imprese nel sistema delle concessioni, con una legislazione che, sui due fronti, dalla cancellazione della legge Merloni in avanti, è andata facendosi via via più opaca.
Se non si fa un grande sforzo per recuperare il valore positivo dell'infrastruttura, in relazione ai servizi che produce, alla domanda e ai cittadini che la vedono crescere sul proprio territorio, non si riuscirà a ripartire. E se la finalità è maggiore partecipazione e una selezione centrata sui criteri della domanda, gli strumenti restano il progetto e la sua centralità all'interno del processo di trasformazione territoriale. In fondo il modello fallito di opera pubblica in Italia nasce dall'assenza di una progettazione forte, robusta, cui siano dedicate attenzioni, risorse, forze pari almeno a quelle impiegate nell'appalto di costruzione. Invece in Italia il progetto – sia che si tratti di un'infrastruttura che di una trasformazione urbana – resta un foglietto leggero cui si dà una importanza marginale. Oppure una scatola chiusa cui ha accesso solo qualche grande società di Stato. Non c'è da meravigliarsi che le opere finiscano in ritardo, producano conflitto sul territorio, facciano lievitare i costi programmati, creino varianti in corso d'opera. C'è ora una nuova occasione di spezzare questa spirale che blocca la crescita per assenza di una visione riformistica e partecipata.


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