Progettazione e Architettura

«Costoso», «difficile da realizzare», «banale»: il padiglione Italia scatena la polemica sul web

Paola Pierotti

Le reazioni degli architetti, scatenati sui social network, al progetto del padiglione Italia frutto del concorso promosso dalla società dell'Expo

«Il concorso per il Padiglione Italia dell'Expo, molto criticato per i requisiti di selezione preventiva, ha partorito il classico topolino. Forse l'occasione meritava qualcosa di meglio» così Pier Luigi Molteni commenta su Facebook il risultato del concorso per il padiglione italiano vinto dal team guidato da Nemesi con Proger e Bms. «Con quei commissari.. roba da Armani Casa» commenta un altro architetto italiano, Beniamino Servino. «I progetti premiati rappresentano bene l'attuale cultura del ribasso vigente a Milano come nel resto del Paese – scrive sempre sul social network Paolo Conrad Bercah – un nuovo low nella classifica dei ribassi culturali ma era difficile aspettarsi altro dai membri della giuria. La cosa più esilarante è che hanno dato 90 giorni ai progettisti per produrre l'esecutivo». «Il vincolo dei 90 giorni – aggiunge Molteni – è la classica barzelletta italiana. Qui ci vorrebbe una battaglia di civiltà perché finalmente si capisca che l'architettura è una roba seria».

Concluso il concorso, sulla rete (e non solo) si è accesa la polemica contro il sistema dei concorsi e contro Expo. «Il padiglione Italia costerà 40 milioni di euro. Soldi pubblici, nostri – commenta Attilio Terragni, partner di Daniel Libeskind in Italia - Non ci sono altre priorità? Non bastavano programmi meno faraonici e più qualità? I padiglioni di nazioni più ricche e più civili di noi si faranno certo così. Date un occhio alla Svizzera. Da noi sembra sempre di essere ai tempi dei Borboni che però a differenza di questo Expo conoscevano bene la qualità e l'architettura. A Milano non avremo il museo di arte contemporanea – arriva l'attacco diretto alla scelta del Comune di Milano di non investire sul museo di Citylife dando un contributo alla realizzazione del padiglione italiano e del nuovo Vigorelli -, non avremo il museo per i bambini, non avremo le piste ciclabili ma spendendo di più avremo un mausoleo inutile».

Alcuni studi come quello romano Labics hanno scelto di partecipare alla gara indetta da Expo per rappresentare l'Italia al grande evento 2015 « Dovevamo esserci per principio – ci spiega Francesco Isidori, socio con Maria Claudia Clemente dello studio romano – ma eravamo consapevoli che l'operazione era nata male: si sa da tempo che Milano ospiterà l'Expo nel 2015 e ha indetto il concorso solo due anni prima. Non solo, si è scelta una procedura per cui tutti gli studi in gara (68 team hanno partecipato alla gara, ndr) dovevano presentare decine di tavole: un preliminare per un valore superiore ai 200mila euro. In poche parole si sono costretti tutti gli studi a regalare allo Stato un lavoro per cui solo il vincitore potrà essere ricompensato».

«Io e il mio studio eravamo un po' provati da una stagione di concorsi fatti in sequenza. Il bando per il padiglione Italia dell'Expo era esaustivo e ben fatto – commenta invece Cino Zucchi - semplicemente i ritardi accumulati dalle incertezze politiche iniziali hanno fatto perdere troppo tempo; adesso il processo appare troppo accelerato; rischia di comprimere alcune fasi di interazione necessaria tra cliente e team progettuale, attribuendo a quest'ultimo una responsabilità che sarebbe comune, e creando potenziali pericoli per la qualità del risultato finale».

Altri architetti si soffermano sul tema, sulla scelta di aver portato a casa un padiglione che non ha nulla di speciale «cambia la pelle ma nella sostanza il padiglione scelto dalla giuria non è molto diverso da quello realizzato per l'Expo di Shanghai, progettato da Giampiero Imbrighi e realizzato da Italcementi» dice Mosè Ricci, socio dello studio romano Riccispaini. Bisognava lavorare diversamente secondo l'architetto Ricci. «Gli Expo si fanno nelle città, riciclando le città. A cosa servono tanti nuovi volumi? Il nostro progetto era provocatorio, pensavamo ad un contro-Expo in linea con il tema dell'ecologia: un'architettura ipogea e in superficie un paesaggio realizzato con dei proiettori e degli schermi». Ricci critica anche l'assenza di architetti in giuria: «c'era solo Patricia Viel (socia dello studio Antonio Citterio Patricia Viel and Partners), il resto erano tecnici. Anzi, la prima commissione che doveva escludere chi non era in linea con il bando era solo tecnica: se fai un concorso lo fai per cercare delle idee innovative. A che serve escludere a priori chi tenta una via alternativa?».

Responsabilità alla giuria, alla politica, al bando ma non solo. «Adesso noi progettisti italiani dobbiamo avere il coraggio di riflettere sulle nostre responsabilità – dice invece Vincenzo Ariu, Ariu Vallino -. I bandi di gara sono a tutti gli effetti "lex specialis" e come tale deve essere rispettato dalla giuria nominata a meno che non ci siano aspetti che possono essere ridiscussi dalla giuria stessa ovviamente finalizzati a premiare i progetti che grazie alla loro qualità intrinseca centrano meglio gli obiettivi cardine del bando stesso. Visti i risultati della competizione, per l'ennesima volta – commenta l'architetto - i progetti ci lasciano perplessi. Non uno dei vincenti ha rispettato il programma, non uno ha rispettato la sostenibilità dell'opera, non uno ha rispettato una vera fattibilità costruttiva, senza entrare nel merito dei costi previsti (talmente pochi che in Svizzera corrispondono al finanziamento di una scuola di provincia… ovviamente di dimensioni più ridotte!)». Vallino non critica tanto i presupposti del bando nel suo commento ma gli esiti della gara «il risultato è che oggi gli organizzatori dell'Expo di Milano – dice - hanno dei progetti che, se verranno realizzati, non solo non centreranno gli alti obiettivi etici del bando ma rischiano di diventare l'ennesima opera (cattedrale nel deserto o relitto post-bellico) pagata a, un imprevedibile, caro prezzo».


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