Progettazione e Architettura

Modello «bottom up» per la nuova Torino: trasformazione per gradi sull'area della variante 200

Maria Chiara Voci

Al Mipim di Cannes il masterplan frutto del concorso internazionale vinto dal gruppo guidato da Recchi Engineering: immaginare oggi le esigenze del mercato di domani sarebbe un errore, non è più il tempo di pensare un disegno di città imposto dall'alto

Il modello di sviluppo scelto è quello del "bottom-up". Una delle ultime frontiere per chi si occupa di urbanistica e trasformazioni urbane, che però a Torino (nel maxi-quartiere della variante 200, che si propone di dare nuova vita a 1 milione di mq di aree ex industriali e ferroviarie) potrebbe trovare una delle prime applicazioni concrete. A conferma che, dopo le Olimpiadi, il capoluogo piemontese continua a presentarsi come un grande laboratorio.

Perché, in tempi di crisi economica, è necessario fare i conti con la realtà. Per questo, l'idea forte che sta alla base del progetto di riconversione ai nastri di partenza sotto la Mole «è quello di procedere per gradi, ma andando a individuare, nel tessuto esistente, una serie di aree d'innesco, capaci di creare le giuste condizioni per lo sviluppo successivo. Piccoli nuclei iniziali, destinati magari ad attività limitate nel tempo, che oggi sono fondamentali e imprescindibili per dare il la e che cederanno via via il passo al quartiere che cresce».

Il masterplan, tracciato dal raggruppamento "ToMake", guidato da RecchiEngineering e aggiudicatario di una gara internazionale bandita dal Comune, viene presentato oggi – 14 marzo – alla platea del Mipim di Cannes. Proprio agli investitori esteri guarda, infatti, la Giunta Fassino per dare gambe e braccia a un progetto che ha già il pregio di una forte anima.

«L'orizzonte della trasformazione per variante 200 – spiega Emanuela Recchi, project manager – è almeno ventennale. Immaginare oggi quali saranno le esigenze del mercato di domani sarebbe un errore. Non è più il tempo di pensare a un approccio top down, con un disegno di città imposto dall'alto. Per questo, definite le linee strategiche a cui non si deroga, il piano di riconversione deve essere improntato alla massima flessibilità. Torino è di fronte a una scommessa. Non rinunciare a una forte regia pubblica dell'operazione, ma al tempo stesso non porre vincoli troppo rigidi, che possano raffreddare l'arrivo di investimenti».

Il masterplan, che non è ancora corredato dal relativo piano economico-finanziario (sarà pronto solo in fase di progetto definitivo), ha comunque un'idea chiave. «La variante – spiega ancora Emanuela Recchi – dovrà individuare due grandi vocazioni, che corrispondono alle due aree principali fra quelle coinvolte. La Spina 4, dove atterra la stazione Rebaudengo, ha già per sua natura una connotazione di carattere infrastrutturale. Qui è prevista la porta di accesso Ovest alla città per chi arriva da Milano. Al contrario, l'ex scalo Vanchiglia, collegato dal boulevard di corso Sempione, insiste su un tessuto già urbanizzato, che ha bisogno di essere valorizzato grazie all'inserimento di nuove funzioni e residenza di qualità».

Sotto l'aspetto della governance, la regia comunale potrebbe essere garantita attraverso la predisposizione di uno o più fondi di investimento. Ma si tratta di un'ipotesi ancora allo studio. Per questo, al ritorno da Cannes, i progettisti dovranno mettersi subito al lavoro sul definitivo, che dovrà arrivare a cavallo con l'estate. A quel punto, il timone tornerà nelle mani del Comune e partirà l'iter pubblico di approvazione della variante.


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