Progettazione e Architettura

Il pragmatismo sognante di Carlo Lotti e la crisi dell'ingegneria

Valerio Paolo Mosco

Il ricordo dell'intervista allo scomparso progettista romano per la preparazione del libro «Sessant'anni di ingegneria in Italia e all'estero»

Ho conosciuto Carlo Lotti (30 marzo 1916 - 6 marzo 2013, il comunicato Oice ) in occasione della stesura del mio libro sull'ingegneria italiana. A lui devo il perché il libro abbia preso un indirizzo che non prevedevo.
Era un libro su commissione. L'OICE, l'associazione delle società di ingegneria italiane, mi aveva incaricato di scrivere una storia dell'ingegneria proprio attraverso i quarant'anni dell'associazione stessa. Mi ero messo al lavoro analizzando le opere di quella che giustamente Poretti chiama la stagione d'oro dell'ingegneria italiana, quelle di Nervi, Morandi e Zorzi. Poi mi ero arenato: le opere che seguivano quelle dei maestri erano corrive, dimenticabili, persino irritanti. Avevo deciso di intervistare Carlo Lotti, uno dei fondatori dell'OICE. Mi aspettavo da lui la solita apologia del proprio operato che avevo rilevato nelle altre interviste. Invece no. Lotti non mi parla di opere, ma del fare ingegneria, delle vere ragioni del fare. Mentre con toccante lucidità passa in rassegna la lunga successione di eventi che avevano caratterizzato gli ultimi decenni di cui era stato un protagonista, comprendo il messaggio.
L'ingegneria non esiste in se stessa, essa infatti è prassi (dal greco praxis, ovvero quotidiano rispondere ai problemi che si pongono). Per comprendere quindi l'ingegneria, per "vederla", è necessario innanzitutto comprendere quali siano i problemi che il sapere tecnico era chiamato a risolvere, per cui il mercato.
E il mercato è dinamico, plastico, inclusivo, per cui un ingegneria deve essere per l'appunto dinamica, plastica ed inclusiva. Mentre mi racconta come nel dopoguerra l'ingegneria italiana era risorta ("eravamo i cinesi dell'epoca…sapevamo adeguarci dove non ci riusciva nessuno") capivo che Carlo Lotti rappresenta una tipologia di italiano peculiare, divenuta rara. Egli era quello che Keynes definiva un animal spirit, un imprenditore che fiuta, osa, si adegua, capitalizza e reinveste; il tutto in un pragmatismo sognante che concepisce un solo nemico: coloro i quali impediscono allo spirito di impresa di esprimersi.
Ad un certo momento Lotti mi porge un opuscolo. E' dedicato alla globalizzazione ed è il frutto di un workshop all'interno del suo studio. Il suo è un ragionare solo sui grandi paradigmi, sui grandi smottamenti che definiscono la storia e che tengono insieme quell'intreccio tra politica, economia e sistema legislativo al cui centro si trova proprio l'ingegneria.
Lotti apparteneva ad una generazione che aveva lottato, ma aveva avuto la fortuna di vedere gli effetti del proprio operare, il più delle volte con successo. Aveva studiato in scuole di altissimo profilo tecnico, in cui si insegnava l'alta teoria tecnica e non l'odierno pragmatismo al ribasso che ha precipitato la professione in un operativismo cieco. Velatamente si commuove quando ricorda il Paese da ricostruire in cui gli ingegneri rappresentavano un sapere di rottura su cui contare. L' ingegnere degli anni '50 infatti non è cooptato da un élite seduta sui suoi privilegi provinciali imbellettati da una cultura stancamente letteraria; egli si è formato in nuove scuole tecniche, dove si insegna la tecnica e l'efficienza e così formato, appena uscito dalle aule, diventa l'unico referente per quella rivoluzione taylorista che l'Italia, con diversi decenni di ritardo, si apprestava ad affrontare. E' infatti ingegnere l'unico che sa dove mettere le mani in qualunque momento della catena produttiva, dall'ideazione del prodotto, alla sua realizzazione e anche nella commercializzazione dello stesso. Chi ha letto quell'avvincente romanzo di Pinto sull'eroica costruzione dell'Autostrada del Sole ("La strada dritta") può figurarsi quell'attivismo frenetico, orgoglioso e redentivo che è stata l'energia primaria della Ricostruzione e che rivive nelle pagine del libro memoria che Lotti stesso ci ha lasciato.
Lotti è ancora più lucido quando elenca le ragioni del declino. La prima è quella politica. La data è il 1969, l'anno dell'autunno caldo, delle tensioni sociali laceranti tenute fino a quel momento sopite dallo spirito della Ricostruzione. Poi la crisi petrolifera, la convertibilità del dollaro a cui si aggiunge l'aggravarsi della pressione fiscale che rende sempre più esigua la capitalizzazione. Per ultimo quel mercato interno garantito da una viscosa connivenza tra interessi politici e di impresa. C'è abbastanza per imbrigliare gli animal spirit, la cui creatività tecnica è anche sempre più messa a rischio da quella degenerazione legislativa che nel tempo ha svilito quella creatività tecnica che ad esempio nei ponti si esprimeva in una vera e proprio competizione tra prototipi. Nel racconto Lotti non ha cedimenti sentimentali, non rimpiange il bel tempo antico, anzi afferma che la globalizzazione per l'ingegneria è una risorsa, frustrata da paure che un animal spirit di razza non può permettersi.
Ogni autore sceglie dentro se stesso il lettore ideale del proprio lavoro, con cui intesse un dialogo intimo che lo accompagna fino alla fine dell'opera. Nel mio libro sull'ingegneria avevo scelto Carlo Lotti. La sua presenza mi ha sostenuto quando l'OICE ha deciso di non dare alle stampe un libro considerato compromettente, in cui si parlava di tabù come Tangentopoli, la TAV e le spericolatezze dell'ingegneria assistita delle energie rinnovabile. In seguito un ingegnere milanese ha rilevato il lavoro e finalmente è stato dato alle stampe. Il giorno della presentazione in prima fila c'era Carlo Lotti. Non gli ho mai confessato il valore che quelle ore con lui avevano assunto nella stesura del lavoro. Colgo l'occasione per farlo adesso, ancora più sentitamente di prima.


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