Progettazione e Architettura

Restauro, la Corte Ue riaccende le polemiche tra architetti e ingegneri

Giuseppe Latour e Mauro Salerno

Scontro sulla sentenza relativa alla qualificazione a intervenire sui beni vincolati

Doveva mettere la parola fine a una vicenda che si trascina da anni, invece rischia di essere l'inizio di una nuova querelle sulle spartizioni delle competenze tra professionisti.
Il punto che divide ancora una volta ingegneri e architetti riguarda la sentenza della Corte Ue sulla qualificazione a intervenire sui beni vincolati. Attività che, al di fuori del campo puramente strutturale, in Italia è riservata agli architetti. I giudici europei concludono «che la direttiva sul riconoscimento dei titoli nel settore dell'architettura non tollera una normativa nazionale secondo cui persone in possesso di un titolo rilasciato da uno Stato membro diverso da quello ospitante, possono svolgere, in quest'ultimo, attività riguardanti immobili di interesse artistico, solamente qualora dimostrino di possedere particolari qualifiche nel settore dei beni culturali».
Chiaro? Non proprio, visto che le interpretazioni di architetti e ingegneri divergono diametralmente.

Leopoldo Freyrie, presidente del Cna, però non si scompone. «La sentenza è adamantina – dice – e lascia tutto come è». Vale a dire? «La direttiva sull'equipollenza dei titoli di studio europei si rifà a un endecalogo – spiega – sulla base del quale la Commissione individua un elenco di facoltà in cui la laurea in ingegneria equivale a quella in architettura». In Italia c'è la cosiddetta laurea specialistica in ingegneria edile-acrhitettura. «Anche i laureati stranieri in questo tipo di facoltà possono iscriversi al nostro ordine e lavorare sui beni vincolati. È questo quello che dice la sentenza, che da questo punto di vista è assolutamente razionale». Dunque ok ai laureati nelle facoltà che diplomano, diciamo così, ingegneri-architetti. Ma solo a questi. Dunque, dice Freyrie, nulla cambia. Di segno opposto, l'interpretazione degli ingegneri.
Per il presidente del Cni, Armando Zambrano la sentenza rappresenta «la fine di uno steccato che, in un mercato europeo dei servizi professionali, non aveva più senso di esistere». Questa sentenza, dice Zambrano, «ha una immediata ricaduta sugli ingegneri italiani» e non solo sui loro colleghi stranieri. Perché la pronuncia dice che «l'accesso alle attività» del regio decreto «non può essere negato alle persone in possesso di un diploma di ingegnere civile o di un titolo analogo rilasciato in uno Stato membro diverso dalla Repubblica italiana». Secondo il Cni, la locuzione «diploma di ingegnere civile», questo è il punto, può essere riferita solo ai laureati italiani, mentre il «titolo analogo» appartiene per definizione ai professionisti stranieri.
E comunque – sottolineano – la questione (ancora una volta) non è destinata a finire qui, ma si trascinerà almeno per qualche altro mese: dopo la sentenza dei giudici lussemburghesi, infatti, la palla torna di nuovo al Consiglio di Stato che, forte della pronuncia della Corte, dovrebbe finalmente dire una parola definitiva sulla vicenda.


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