Progettazione e Architettura

Anna Rita Emili (altro_studio): «In Europa manca un approccio simile a quello che c'è negli Usa, America Latina o in Giappone

Paola Pierotti

Architettura e terremoti. «Per prevenire le catastrofi, dovute a problemi idrogeologici o a terremoti, servono architetture resistenti, per intervenire quando la catastrofe si è già verificata servono architetture leggere, provvisorie o temporanee, che vanno adeguatamente progettate e inserite in un sistema urbano altrettanto progettato». Anna Rita Emili, architetto e fondatrice di altro_studio introduce il tema della progettazione per le catastrofi che è stato anche oggetto del workshop organizzato lo scorso fine settimana dalla Fondazione Ordine Architetti di Torino e dall'associazione culturale plug-in.

«Se in Italia siamo abituati con un'architettura solida e permanente, in Giappone il cartone è un materiale di progetto e in America costruiscono normalmente case di legno. Nel nostro Paese – dice l'architetto Emili – quando si parla a un'architettura provvisoria si pensa a un'edilizia senza qualità e a basso costo, ma non è così: ci sono sistemi altamente innovativi sia sotto il profilo tecnologico che estetico che consentono di costruire case di qualità pari a quelle in cemento o in muratura».

In Italia, ma anche in Europa, manca questo approccio progettuale che è più comune negli Stati Uniti, in America Latina e in Giappone. In America ci sono numerosi concorsi per sperimentare modelli edilizi innovativi; in America Latina, soprattutto in Cile, si sta diffondendo una rinnovata cultura del progetto post-emergenziale, basta ricordare il lavoro di Alejandro Aravena; e il Giappone resta un punto di riferimento quando si parla di prima emergenza.

All'ultima Biennale di Venezia, la ricostruzione post-terremoto e tsunami è diventata il tema del padiglione Giapponese curato da Toyo Ito, e anche a Roma, Taro Igarashi ha curato una mostra all'Istituto Giapponese interrogandosi su «come gli architetti abbiano risposto all'immediato post-11 marzo».

La lezione orientale è quella di dare risposte giuste al momento giusto. Dopo la catastrofe si è lavorato molto sull'interazione progettisti-territorio e si è intervenuti prima con misure emergenziali, poi con la costruzione di alloggi temporanei, in un terzo momento con progetti di ricostruzione e solo alla fine contemplando delle proposte dall'estero. Tema risaputo, ma che in Italia non viene considerato: si continua a passare dalla tenda alla casa. La lezione giapponese insegna che è necessaria una scelta accurata in tutto, dall'architettura all'urbanistica, dal design alla grafica; che la partecipazione della popolazione è fondamentale e ancora che architetti e imprese devono lavorare in stretta sinergia.

Se è difficile importare nella cultura italiana l'idea di costruire nuove architetture in cartone (come è successo all'Aquila, dove un progetto di Shigeru Ban in cartone è stato realizzato in acciaio – rivestito di cartone – per mancanza di normative specifiche), più interessante è cercare di capire il meccanismo economico che consente a questi Paesi di realizzare strutture che riportano la normalità, in tempi ridotti.

Il problema italiano è essenzialmente nelle strategie politiche e nell'approccio generale – dice l'architetto romano –, non mancano tecnologie che consentono di contenere i costi. Ad esempio per il legno ci sono sistemi di legno massiccio, altri composti con scaglie di legno pressate e impastate con altri materiali, altri ancora realizzati con farina di legno riciclato, pannelli già coibentati. Elementi edilizi che consentono di costruire case a costi contenuti, che variano anche dai 300 euro/mq ai 1.200 euro/mq».

Ottimizzando la tecnologia, si riduce il costo della manodopera e si razionalizzano le risorse. «Ma resta necessario – aggiunge Anna Rita Emili – non tagliare il costo della progettazione come spesso accade in Italia. Nel nostro Paese non si fa ricerca compositiva, architettonica e impiantistica in questi contesti post emergenza. Non si può lasciare la regia alle imprese. Basterebbe ad esempio prevedere un patio, un piccolo giardino, senza aumentare il costo, per migliorare la qualità dell'alloggio».

Ma il valore del progetto si evince soprattutto a scala urbana «dove è necessario – aggiunge l'architetto – ricostruire il sistema del villaggio e non necessariamente affiancare un edificio a un altro. La qualità è data dalla visione collettiva, dalle relazioni tra gli individui che si creano proprio grazie a un adeguato progetto urbano».


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