Progettazione e Architettura

Inchiesta/Sovrintendenze e imprese: sanzioni contro l'impasse dei progetti

Alessia Tripodi

Viaggio nei rapporti tra Pa, enti locali e professionisti: dal Friuli, che ha bloccato il 70% dei progetti, fino a Napoli, dove lo stop arriva nel 30% dei casi - I progettisti: stop ai dinieghi ingiustificati che paralizzano il settore

Assenza di sanzioni per dinieghi ingiustificati, funzionari lontani dal territorio che producono molti vincoli e poche consulenze. Oneri di archeologia preventiva che gravano ingiustamente sulle imprese, paralizzando l'attività delle più piccole. Ma anche realtà in cui i network integrati tra progettisti, Pa ed enti locali sembrano funzionare e dove la mediazione ispira l'attività dei funzionari pubblici.
Il viaggio di «Progetti e Concorsi» attraverso le Soprintendenze italiane e il loro rapporto con i professionisti della progettazione e degli enti locali – nuova puntata dell'inchiesta «Il progetto in gabbia» – disegna uno scenario a macchia di leopardo, dove a situazioni difficili, spesso influenzate dalla particolare struttura del territorio o dall'elevata densità abitativa come in Campania o nelle Marche (clicca qui per l'intervista al Soprintendente Giorgio Cozzolino ), si alternano anche vere e proprie «best practice», dove i Beni culturali lavorano con il prioritario obiettivo di evitare il dilatarsi dei tempi di valutazione e di autorizzazione dei progetti. E anzi, puntano a liberare il progetto dalla «gabbia», come in Calabria (clicca qui per l'intervista al Soprintendente ai Beni archeologici Simonetta Bonomi ).

Caso limite in questo quadro a luci e ombre è quello del Friuli Venezia Giulia (vedi articolo ), dove la denuncia partita poche settimane fa dall'Ance ha sollevato un vero e proprio caso: oltre il 70% di progetti «bocciati» dalla Soprintendenza in pochi mesi e una situazione che appare sempre più tesa, con i costruttori che hanno presentato un esposto alla Corte dei conti e alcuni esponenti politici locali che chiedono l'intervento del ministero. Anche perché, finora, il Tar ha dato ragione a tutti quelli che, finora, hanno presentato ricorso contro le mancate autorizzazioni. Tra i progetti tenuti «in gabbia» dal diniego della Soprintendenza ci sono iniziative portate avanti dal Comune di Trieste, come il progetto di rivalutazione dell'ex Meccanografico di riva Traiana, ma anche, più semplicemente, installazioni di pannelli fotovoltaici e panchine da mettere in strada. «I "no" della Soprintendenza hanno bloccato anche progetti già in corso, la situazione è pesante e, oltre al Comune, anche Regione e Provincia si lamentano» dice Giovanni Damiani, architetto a Trieste, secondo il quale tra i motivi dell'empasse «c'è anche la mancanza di incentivi ad accelerare i processi, perché nell'attuale sistema il funzionario pubblico viene sanzionato se autorizza un progetto che andava bloccato, ma non ha colpe se, invece, blocca un cantiere facendo perdere tempo e soldi all'impresa, non ha nessun vantaggio reale a far andare avanti le cose rischiando, invece dovrebbe essere il contrario». E poi «il "reclutamento" dei Soprintendenti – aggiunge Damiani – per garantire un maggior legame con il territorio dovrebbe essere più connesso ai luoghi in i dirigenti operano e in grado di dare consulenze funzionali alla realizzazione delle opere e non solo per creare vincoli».

Ma in un paese come l'Italia dove il patrimonio archeologico custodito nel sottosuolo è più che mai imponente, si scopre che anche le necessarie verifiche preventive agli scavi per l'avvio dei cantieri rappresentano spesso un ostacolo alla progettazione. E i relativi costi discriminano le imprese più piccole. «Per i privati non c'è l'obbligo di archeologia preventiva – spiega Simonetta Bonomi, Soprintendente in Calabria – ma nell'ambito dei piani urbanistici, se il Comune è disponibile, possiamo inserire delle prescrizioni per determinate aree situate nei centri urbani e, dunque, in questi casi, le imprese che vogliono costruire debbono passare obbligatoriamente attraverso di noi». E qui si arriva al paradosso. «Dato che la Soprintendenza non dispone più delle risorse necessarie a effettuare gli scavi, i costi dell'operazione restano tutti a carico dell'impresa – sottolinea Bonomi – che, così, si assume un onere che, in teoria, sarebbe di esclusiva competenza dello Stato. Una vera ingiustizia – aggiunge la Soprintendente – anche perché se per le imprese di progettazione più grandi i costi aggiuntivi per le analisi non pesano più di tanto sul budget, per le piccole imprese questo peso può diventare insostenibile». Per questo sarebbe necessario «un intervento normativo – dice la Bonomi – simile a quello vigente fino a poco tempo in Francia, dove per ottenere il permesso di costruire si versava una piccola tassa che andava ad alimentare un fondo per il finanziamento delle operazioni di archeologia preventiva».


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