Progettazione e Architettura

Il genio dell'architettura (ma anche dell'«archistar-system») che farà bene alla mostra di Venezia

Luigi Prestinenza Puglisi

La notizia che Koolhaas sarà il prossimo responsabile della sezione di Architettura della Biennale di Venezia, è positiva a priori e cioè indipendentemente dal programma che il nuovo direttore sceglierà. Per due motivi.

Il primo è che Rem Koolhaas oggi è il progettista più famoso a scala planetaria: celebre tra i committenti delle opere di architettura che se lo contendono per i grandi incarichi; tra gli accademici, che chiosano o mettono all'indice, i suoi testi; tra gli studenti che lo adorano vedendolo a volte ingenuamente come un eroe rivoluzionario e tra i semplici curiosi di cose architettoniche che ne seguono le gesta sulle riviste di moda e di attualità. Questa celebrità non potrà non fare bene alla biennale di Venezia che ora più che mai diventerà la più importante rassegna di architettura internazionale sbaragliando definitivamente la concorrenza di biennali e di triennali che nascono, si sviluppano e muoiono in ogni parte del globo con un ritmo sempre più accelerato.

Il secondo motivo è che Koolhaas è uno degli architetti più astuti e intelligenti dello star system. Sa giocare con la teoria, capisce il momento e quando parla dice sempre qualcosa di rilevante e intelligente. Lo fa tanto bene che i suoi scritti hanno raggiunto la tiratura di bookseller. Koolhaas è stato il sostenitore della complessità linguistica quando bisognava fare i conti con il postmodernism, della trasparenza quando c'era bisogno di leggerezza, dell'architettura diagrammatica quando si parlava di neofunzionalismo e dell'antimonumentalismo, sia pure - e sembrerà un paradosso - in chiave monumentale, oggi che si registra una certa stanchezza per lo star system e le architetture iconiche.

Prima di definire un programma, Koolhaas prenderà del tempo. Per adesso, come era prevedibile, le sue dichiarazioni sono generiche. Secondo quanto da lui detto e riportato nel comunicato stampa della biennale, l'obiettivo della prossima mostra sarà «dare uno sguardo nuovo agli elementi fondamentali dell'architettura utilizzati da qualsiasi architetto, ovunque e in qualsiasi momento per vedere se siamo in grado di scoprire qualcosa di nuovo sull'architettura».

Una dichiarazione di straordinaria intelligenza tattica. Infatti promuove, senza nominarla, la continuità con la Biennale del suo predecessore Chipperfield, che si chiamava appunto Common Ground. E allo stesso tempo ne prende le distanze perché dichiara che l'obiettivo non sarà contemperare, con una sintesi fiacca e tranquillizzante, passato e futuro ma puntare al nuovo. E quindi contribuire a uscire dalla palude nella quale oggi la ricerca architettonica senza dubbio è impantanata.

Non è detto che ci riuscirà ma, aggiungiamo noi, è difficile pensare che ci siano altri alla sua altezza per farlo. Oltretutto, come sempre accade per i maestri ai quali è permesso dire il tutto e il contrario del tutto, il problema non è Koolhaas ma semmai il "koolhaasismo".

Ultima osservazione. Al momento l'architetto olandese ha in ballo al Fondaco dei Tedeschi un progetto, fortemente criticato dagli ambientalisti. Ci chiediamo se la sua nomina a direttore ne favorirà o rallenterà il difficile corso.


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