Progettazione e Architettura

Progettisti vs Pa. Quando la burocrazia appesantisce la crisi

Paola Pierotti

Il regolamento edilizio del Comune di Roma è del 1934 e solo nella capitale i 19 comuni hanno una modulistica propria». Con questi due dati Giorgio Martocchia (Modostudio) spiega quanto la parola «Semplificazione» sia la priorità «con ricadute anche sulla qualità, perché i difetti di normative obsolete si misurano nei fatti».

Gli adempimenti burocratici che gravano sul progetto; la stratificazione delle norme, diverse da Regione a Regione e da Comune a Comune; la soggettività dei pareri; il privilegiare parametri quantitativi rispetto a quelli qualitativi; la mancata responsabilizzazione dei tecnici delle Pa che dilatano i tempi di autorizzazione e che anche in modo discrezionale danno il via libera o bloccano gli iter amministrativi. Cinque (tra i tanti) nodi che frenano la professione di architetti, ingegneri e geometri. In tempi di crisi, senza opportunità di lavoro, gravati dalla pressione fiscale e dai ritardi dei pagamenti, i professionisti non fanno passare nulla.

I professionisti chiedono «chiarezza» con regolamenti comprensibili senza continui rimandi ad articoli e altre leggi; chiedono che si dia spazio alla «rappresentazione» a discapito dei testi e che chi valuta e controlla abbia la professionalità e le competenze per saper leggere i documenti. Serve chiarire quali sono le responsabilità dei tanti attori coinvolti in un processo edilizio con l'unico obiettivo di rendere trasparente l'apparato burocratico. «La capacità di interpretazione delle leggi dovrebbe diventare uno strumento di lavoro – dicono i giovani toscani dello studio NuvolaB – e non lo strumento per avere lavoro».

I progettisti lamentano l'ingerenza dei ruoli tra Pa e liberi professionisti.«Credo che i piani dovrebbero definire ad esempio le quantità e le densità e aiutare a una gestione organica della città (traffico, uso del verde, insediamento delle funzioni strategiche), e non dovrebbero intervenire in relazione a tipologie edilizie, forme dell'architettura, distribuzione, dimensione delle finestre» dice l'architetto ligure Paolo Salami.

Sono in tanti a ricordare che generalmente in Italia le norme diventano un punto di arrivo e non sono un punto di partenza per guidare progetti sostenibili. «Questo immobilizza la ricerca e la cultura architettonica e riduce drasticamente la qualità» dice ancora Salami. Ecco che i progettisti finiscono per diventare più avvocati, amministratori, tecnici, contabili e burocrati.

«Come ci sono le penali per le imprese e i progettisti, devono esistere anche le penali per la Pa che non riesce a rispondere in tempo. È chiaro a tutti – dice l'architetto triestino Giovanni Damiani – che esistono condizioni di sotto organico significative in tanti enti e che con la spending review questo non farà che aumentare , ma i livelli di gestione dei tempi del pubblico sono divenuti insostenibili per chi voglia investire». Anche Daniela Volpi, presidente dell'Ordine degli architetti di Milano ribadisce che «non consiglierebbe a nessun investitore di scegliere l'Italia».

Se in Italia ci sono regole per tutto, i progettisti chiedono con forza che «il controllore non faccia il controllato: moltissimi uffici tecnici – aggiunge Damiani – sono oberati di lavoro di progettazione che fanno spesso rapidamente e senza alcuna logica qualitativa, solo perché così la Pa risparmia sugli incarichi di cui poi sarà chiamata a controllare».

E dopotutto manca la tracciabilità delle pratiche. «Ma lo sportello unico? La Conferenza dei servizi? Non dovevano essere strumenti di semplificazione, a vantaggio della collegialità delle decisioni in un sistema complesso? Lo sportello unico – dice Paolo Orsini di Insula Architettura – è diventato solo un passaggio in più, tanto, se ci tieni a una pratica, la devi portare tu di persona all'ufficio competente ».


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