Progettazione e Architettura

Paolo Salami: «I piani dovrebbero definire le quantità e le densità. Ai progettisti spetta il compito di lavorare sulla qualità»

P.P.

Scrive Paolo Salami, CAA Collaborazione in architettura

Cinque (delle) difficoltà che richiedono semplificazione:

Semplificazioni dell'iter autorizzativo: termini troppo lunghi di approvazione dei progetti, soggettività dei pareri espressi dai tecnici e dalle commissioni edilizie (non sono obbligatorie ma quasi tutti i comuni ne sono dotati, serviranno veramente?), commissioni che si sovrappongono nell'esprimere pareri (v. commissione locale per il paesaggio e soprintendenza, due commissioni che possono esprimere pareri differenti), documentazione richiesta sempre diversa, sempre più articolata, spesso inutile. Progetto approvato non vuole dire inizio lavori, i tempi per la redazione dei permessi di costruire sono spesso oltremodo lunghi.

Chiarezza e semplificazione della norma: come spesso accade sono "l'interpretazione" e la "filosofia del piano" che governano e non la norma scritta, questa d'altronde è spesso oscura, oltremodo articolata. E' il tecnico preposto del Comune, della Provincia o della Regione a decidere, in modo autonomo, soggettivo, su personali valutazioni o su spinte esterne, non è più in grado di fare semplici valutazioni di conformità. Il tecnico, spesso un geometra, non ha le competenze e la preparazione per fare corrette valutazioni.

Credo che i piani dovrebbero definire le quantità e le densità e aiutare ad una gestione organica della città (traffico, uso del verde, insediamento delle funzioni strategiche), e non dovrebbero intervenire in relazione a tipologie edilizie, forme dell'architettura, distribuzione, "dimensione delle finestre", temi che non gli appartengono.

Preparazione e ruolo dei dirigenti: In generale i ruoli dirigenziali sono ambiti, frutto di concorsi finalizzati a selezionare le figure più competenti ed autorevoli: i dirigenti delle amministrazioni e i responsabili tecnici sono spesso coloro che non sono riusciti nella libera professione e si trovano nella condizione di valutare i progetti che loro stessi non sarebbero in grado di sviluppare.

Piani non coordinati: PUC, Piani territoriali, Piani di bacino, zonizzazione paesistica, carte geologiche, etc.: sarebbe utile un sistema che semplifichi la lettura e coordini in modo più semplice e chiaro gli strumenti che sovraintendono all'uso del territorio. Spesso i piani sono in contraddizione e non tengono conto di limiti o potenzialità contenuti dai diversi regimi normativi.

Delega delle responsabilità: nell'iter autorizzativo di un progetto si richiedono sempre più dichiarazioni e autocertificazioni finalizzate a deresponsabilizzare chi approva i progetti e chi i progetti li redige. Ritengo che sia opportuno mettere in mano al progettista le responsabilità del progetto obbligando i tecnici comunali a verificare ad opere ultimate la regolarità della costruzione. Questo garantirebbe al progettista più potere rispetto alle richieste spesso eccessive di committenti che potendo realizzare 100 mq ne vogliono 200 mq e così via.

Il tutto si traduce in:

Progetti spesso scadenti: la norma, da punto di partenza per guidare progetti sostenibili diventa sempre più spesso punto di arrivo, immobilizza la ricerca e la cultura architettonica e riduce drasticamente la qualità. Il tempo impiegato a progettare e a sviluppare il progetto è sempre più limitato e sempre meno economicamente conveniente. Questo accade sempre di più quando all'interno dei piani si parla di "tipologie edilizie".

Costi elevati: prima di "posare la prima pietra" è necessario investire quantità di denaro elevate (e non solo per le singole parcelle di progettisti e tecnici) e a tempo indeterminato con interessi passivi notevoli.

Scarsa qualità del lavoro dell'architetto: che diventa sempre più un avvocato, un amministratore, un tecnico, un contabile, un burocrate e sempre meno un progettista.


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