Progettazione e Architettura

Giovanni Damiani : «Il controllore non può fare il controllato. Le Pa devono essere garanti della qualità del processo»

P.P.

Scrive Giovanni Damiani

PA autoreferenziali

Le logiche che determinano le carriere, i compensi e il funzionamento della PA appare autoreferenziale, non solo il sistema non risponde dei risultati concreti e dei tempi, ma neppure alla politica che è divenuta molto più fragile rispetto al ruolo dei dirigenti interni.

Non ha senso discutere sulle capacità è meno dei singoli, alcuni sul mercato non troverebbero un lavoro neppure per un quarto del proprio stipendio, altri sono bravissimi ed estremamente competenti, ma la logica con cui vengono prese decisioni appaiono completamente interne e autoreferenziali. Un'opera si fa o no si fa, si progetta in parte fuori solo a partire da come sono impostati gli uffici e le dinamiche interne e non nel miglior modo a favore della comunità.

I tempi sono completamente diversi da quelli di uno studio professionale e dell'impresa, le decisioni prese per rispondere ad eventuali problemi interni e responsabilità dei singoli. Serve un cambiamento culturale molto radicato, in cui la PA risponda davvero di cosa non si fa e non solo di cosa potrebbe venir fatta male se si fa. Ad oggi un funzionario non ha nessun vantaggio a sbloccare una pratica che potrebbe svantaggiarlo in termini di carriera o metterlo in dei rischi, spesso non coperti dalla PA stessa, con costi enormi per le imprese e i privati che attendono permessi e varianti. Agganciare stipendi, premi, carriera all'effettiva realizzazione degli obbiettivi appare quanto mai necessario, sopratutto in un periodo in cui fare e investire è diventato davvero complesso.

Tempi

Servono tempi certi, lo dicono tutti da anni, ma restano estremamente variabili e confusi.

Come ci sono le penali per le imprese e i progettisti devono esistere anche le penali per la PA che non riesce a rispondere in tempo. É chiaro a tutti che esistono condizione di sotto organico significative in tanti enti e che con la spending review questo non farà che aumentare, ma i livello di gestione dei tempi del pubblico sono divenuti insostenibili per chi voglia investire.
Un ragionamento serio su come costruire conferenze di servizio e deleghe che permettano i tantissimi soggetti chiamati a deliberare di riunirsi e dare UNA sola posizione finale in tempi accettabili è una priorità assoluta oggi.

Appare così utopico spedire un progetto (in digitale e non con 30 copie cartacee possibilmente) ai vari enti, dare loro massimo 1 mese per formarsi una opinione chiara con un responsabile certo, e poi istruire una commissione che apertamente alla presenza dei progettisti e dei vari soggetti coinvolti discute della realizzabilità. Eventuali richieste di integrazioni avranno un tempo calibrato per essere mandare direttamente all'ente che le ha richieste che ha 15 gg per reputarle conforme alle richieste. Da quel momento il progetto ha titolo definitivo per diventare realtà con assoluta certezza.

Soprintendenze

In un paese che ha un patrimonio storico artistico come il nostro è semplicemente ridicolo che le Soprintendenze non abbiano un ruolo chiave e centrale. Personalmente vengo da una formazione fortemente caratterizzata dalla storia dell'architettura, in cui ho seguito in dottorato e che ho insegnato in diversi atenei, ma, ad oggi, nella pratica professionale è diventato difficile sostenere che questi enti siano effettivamente utili per la tutela del patrimonio. Logiche autoreferenziali, scarso aggiornamento (medio, ci sono funzionari di grandissimo valore, ovviamente) e un sistema che da un potere enorme in cambio di pochissime certezze hanno generato una prassi operativa opaca e incerta per cui le soprintendenza sono spesso colli di bottiglia enormi a frutto di pochi vantaggi reali, senza contare che i dirigenti cambiano spesso mutando approcci per cui i progetti che hanno tempi lunghi possono venir stravolti da queste mutazioni "filosofiche".

Credo sarebbe utile immaginarle come enti più legati al territorio, in cui i dirigenti siano effettivamente connessi ai luoghi e costruire degli uffici capaci di dare consulenze PER e non solo generare vincoli. Tempi certi e pareri definitivi sono ancora più necessarie che in altri apparati della PA.

Il controllore non può fare il controllato

Gli uffici non dovrebbero di base poter progettare opere rilevanti, certamente, anche per ragioni di costi, alcune opere possono venir gestite dagli uffici tecnici, ma di base la PA dovrebbe essere controllore e garante della qualità del processo.

Ad oggi moltissimi uffici tecnici sono oberati di lavoro di progettazione che fanno spesso rapidamente e senza alcuna logica qualitativa solo perché così la PA risparmia sugli incarichi di cui poi sarà chiamata a controllare.

I processi di gestione dei progetti oggi sono sempre più complessi e necessitano di figure preparate specificatamente ad oggi troppo spesso mancanti. Questo potrebbe essere uno dei compiti basilari della PA che, in un ottica di ricerca di qualità, dovrebbe costantemente indire concorsi e mettere in gara ogni incarico alla ricerca del meglio, e poi accompagnare i progettisti vincitori e le imprese per una migliore e più efficiente realizzazione dell'opera.

Le due carriera vanno separate e rese, al contempo, più comunicanti, la PA potrebbe divenire una straordinaria palestra per giovani professionisti che potrebbero passare un tot di anni all'interno formandosi competenze specifiche sul funzionamento della macchina e capendo come si realizzano opere complesse entrando in contatto con i progettisti e le engineering migliori, per poi, quando sono maturi sul mercato uscire a guadagnare di più rischiando in proprio.

Sperequazione stipendi dirigenziali PA vs professionisti.

Nell'immaginario della professione i guadagni veri si facevano da sempre fuori, nel mercato. Certamente c'erano più rischi e costi, ma l'aprire il proprio studio garantiva migliori prospettive, nelle PA lavorano sopratutto persone che volevano certezze e avere meno rischi. Oggi non è più così il mercato ingolfato di professionisti e in crisi garantisce che non solo chi lavora negli studi, ma anche chi ne è titolare difficilmente vede le cifre di un dirigente PA, che di suo rischia molto poco, non ha spese e non necessariamente deve fare il risultato, ne esce una sperequazione che cambia completamente le regole del gioco e che andrebbe ridiscussa.

Una proposta semplice potrebbe essere mettere un tetto agli stipendi della PA (diciamo 80 mila all'anno fissi e massimo 100 con i premi, poi se uno ha competenze per fatturare di più esca sul mercato e affronti le proprie spese e i rischi) anche pensando a delle formule in cui alcuni professionisti possano dare un contributo a tempo nelle PA e fare una parte di carriera dentro e una fuori per creare più mobilità.

In sintesi, fatto salvo che per fortuna ci sono ottime persone e molti tecnici sono preparati e appassionati, il sistema premia chi risponde non al risultato ma a logiche interne, chi si espone poco e quindi risponde rallentando ogni processo che non sia rassicurante e molto coperto per chi all'interno firma. Questo non premia innovazione, non favorisce competizione e qualità, ingessa un sistema già molto complicato e lento di suo e non garantisce risultati, ovvero tutte quegli aspetti di cui in nostro Paese ha assoluto bisogno oggi per provare un rilancio complessivo.


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