Progettazione e Architettura

Franco Zagari: «Serve un grande cantiere di sperimentazione in simbiosi con una pianificazione fortemente partecipata»

P.P.

Scrive Franco Zagari

Non ho alcuna intenzione di compiacermi di un quadro negativo, anzi, ma del disastro urbanistico degli ultimi due decenni guai a ignorare la immensa massa critica costituita dalla crisi del paesaggio o, al contrario, a esorcizzarla come un mondo di un male necessario che non ci appartiene. Il paesaggio, come l'ambiente, è il nostro mondo, ma dobbiamo assolutamente evitare di confondere i due argomenti per dare un senso e un'incisività alle nostre azioni. Ed ecco il mistero, oggi è sempre l'estetica che fatalmente cade: alla "scala architettonica" il paesaggio diventa spesso coreografia, mentre invece in urbanistica, al di sopra di una certa dimensione, alla cosiddetta "scala vasta", è come se evaporasse, tutto si riduce in quantità e numeri e le stesse rappresentazioni sono sempre e solo zonizzazioni bidimensionali. Vi è uno sfalsamento sensibile fra il grande impatto culturale e politico che ha prodotto l'enunciazione della Convenzione europea del paesaggio e la sua attuazione, ancora molto incerta. … L'epoca nostra, così priva di mistero, svuota i nomi dall'interno e non è capace di farne di nuovi (Vitaliano Trevisan).

Una soluzione a questi problemi? Dovremmo sentirci nonostante tutto complici della contemporaneità, cioè accettare condizioni di una situazione molto critica, alla quale non si può non riconoscere dignità umana. E' un disastro troppo vasto per poterlo semplicemente esorcizzare con degli anatemi. Il paesaggio richiede di essere vissuto con uno spirito del tutto diverso, capito e amato in tutti i suoi limiti, dove vanno riscritti dei patti, cercati dei nuovi modelli di comportamento, per ristabilire uno spirito condiviso di consapevolezza e di responsabilità. I termini dell'urgenza di un'azione in controtendenza all'attuale stato di stallo vanno al più presto chiariti e portati all'attenzione del pubblico.

Dobbiamo ricominciare a parlare in primo luogo di qualità, anche in termini di sostenibilità, certamente, ma per far questo dobbiamo esplicitamente tornare a parlare di bellezza, voluta con chiarezza nella piena dignità della sua sacrale funzione civile, un fine che deve ispirare le scelte di una comunità trasferite con un mandato a un interprete che forte di questo deve riacquisire il suo prestigio. Di cosa ha bisogno il progetto? Certamente di zone franche, di uno spazio di sperimentazione in perenne dialogo con una pianificazione propositiva dinamica programmatica, di rendere la gente il più possibile partecipe e responsabile dei processi attuativi, e di ritrovare una identità fra l'eredità della storia e la visione di futuro.

Urbanistica e opere pubbliche sono due capitoli sempre più disarmati, quasi inoperabili? La legislazione urbanistica si occupa molto di paesaggio, ma la prassi tradisce le novità più interessanti che aprirebbero a una progettazione attuativa. Dopo oltre sessant'anni di pace, almeno apparente, il nostro paese ha bisogno di una scossa, infatti la nostra vita quotidiana si è organizzata in pratiche sempre più sovrapposte, sedimentate, complicate, contraddittorie, si è come anchilosata, fino ad avvicinarsi ad uno stato di stallo, sono le storie della crisi che sta diventando una mutazione più che una congiuntura. E' un reset radicale che serve, smontare e rimontare consuetudini, norme, abitudini, vizi, cui la consapevolezza del paesaggio può portare benefici decisivi, perché integra diversi saperi e favorisce il dialogo con chiunque, comunità, rete o individuo, se ne senta partecipe e responsabile.

E' necessario un momento di forte discontinuità di mentalità per adeguarci a una realtà che è già completamente diversa da quella di solo pochi anni fa, smontare e rimontare i suoi circuiti abituali, azzerare e ripartire.

Se la condizione del paesaggio nel tempo presente è critica, ma non è priva anche di sintomi positivi, la condizione del progetto è problematica anch'essa, per la terribile difficoltà di dare un esito efficace alle azioni di piano e alla realizzazione di opere pubbliche degne di questo nome. In realtà entrambi i campi dell'azione pubblica di trasformazione del territorio sono organizzati e valutati quasi solo come categorie merceologiche, nel bene e nel male.

In urbanistica la distinzione fra momenti di indirizzo e momenti attuativi, che è un notevole progresso del quadro legislativo, è tradita dalla effettiva definizione dei piani di dettaglio, che rimangono poco agili e sempre sovrastati dalla richiesta preventiva di un quadro conoscitivo troppo vasto e troppo generico, e si perpetua una determinazione deduttiva fra piani e progetti che non ha più nulla a che fare con i tempi e i modi nei quali le scelte possano avere efficacia.
Riguardo all'attuazione delle opere pubbliche tutto sembra fatto a rovescio, adottando le regole più astruse per scegliere progetti, autori e imprese, con criteri autolesionisti come quelle del frazionamento di competenze e responsabilità e, incredibile, del massimo ribasso dei costi.

Serve un grande cantiere di sperimentazione in simbiosi con una pianificazione fortemente partecipata. Sono le due anime di una politica per un habitat di qualità, un proponimento quanto mai affascinante, certamente difficile, ma non impossibile, e comunque senza alternative.


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