Progettazione e Architettura

Addio a Oscar Niemeyer, il «visionario» che ha unito materia e geometria

Luigi Prestinenza Puglisi

Il celebre architetto «padre» di Brasilia si è spento oggi all'età 104 anni - In Italia portano la sua firma l'Auditorium di Ravello e la sede Mondadori a Segrate, in provincia di Milano

Nel 1987 l'architetto Peter Cook, esponente degli Archigram e teorico dell'avanguardia, pubblicò un articolo sul The Architectural Review. Sosteneva, con indubbia capacità premonitrice, che una nuova generazione di architetti stava per capovolgere le sorti dell'architettura mondiale. E ricordò che tra gli ispiratori del nuovo corso vi era Oscar Niemeyer.
L'opera di Niemeyer era infatti studiata con attenzione nella Architectural Association di Londra, cioè la fucina dei talenti di quello che sarà conosciuto come il fenomeno decostruttivista. E la ancora trentenne Zaha Hadid aveva più di una volta esplicitamente ammesso il suo debito nei confronti del già ottantenne architetto brasiliano. Del resto non era difficile captare, nella dinamica delle linee delle sue opere, più di una suggestione.

L'omaggio ad Oscar Niemeyer, nella metà degli anni ottanta, non era scontato. La cultura postmoderna che aveva dominato il clima architettonico lo aveva ignorato. E anche coloro che si muovevano su una direzione diversa dal vincente neotradizionalismo di Leon Krier e di Aldo Rossi non manifestavano simpatia per quella che veniva sbrigativamente giudicata come una deriva neobarocca del linguaggio lecobusieriano. Niemeyer era troppo sensuale, troppo morbido, troppo poco politically correct per piacere. E ciò nonostante la sua fede comunista che negli anni sessanta, durante il regime militare, ne aveva provocato l'esilio dal Brasile e il trasferimento in Francia.
Gravava su di lui probabilmente un'altra colpa: essere stato l'ispiratore delle architetture di Brasilia all'interno del progetto urbanistico disegnato dal suo maestro e amico Lucio Costa. In quegli anni in cui la parola d'ordine era recuperare «l'architettura della città» valorizzandone i tessuti storici, poco piaceva un piano pensato sulla misura delle automobili e del trasporto veloce. E poco convincevano opere pensate alla scala monumentale e risolte con gesti brillanti e perentori che oggi ci fanno pensare all'estetica delle immagini dello star system. Ma che rispetto a queste denunciano un profondo controllo delle sequenze spaziali non privo di magistrali effetti scenografici.

In cento anni e più anni di vita e in quasi ottanta di attività, Niemeyer ha disegnato numerose opere (vedi fotogallery ) Alcune di queste quale la chiesa di Pamplulha a Belo Horizzonte (1942), Il palazzo del congresso a Brasilia (1958), la sede del partito comunista a Parigi (1967 ) e il museo d'arte di Niterói (1996) rimarranno nei manuali di storia dell'architettura. Altre saranno testimonianza di uno stile che è riuscito a unire forza e sensualità, materia e geometria, gesto e costruzione, dimostrando che tali principi a volte contraddittori possono trovare momenti di sovrapposizione e di sintesi.
Nonostante il suo debito, del resto ampiamente riconosciuto, nei confronti di Le Corbusier, si deve a Niemeyer la scelta di una delle opere che ha cambiato il corso dell'architettura contemporanea, proprio per il suo approccio antilecorbusieriano: il centro Pompidou a Parigi, disegnato da Gianfranco Franchini, Renzo Piano e Richard Roges. Nel 1971 Niemeyer era infatti nella giuria di concorso, assieme a Philip Johnson e Jean Prouvé.

In Italia abbiamo un paio di opere dell'architetto. Una la dobbiamo alla Mondadori che gli affidò nei primi anni settanta la propria sede. Nymeyer non ci si sprecò troppo e ripropose uno schema che aveva adottato a Brasilia con successo: un involucro bucato ritmato da grandi archi nel cui interno e' presente una scatola di vetro. Il secondo edificio lo dobbiamo alla perseveranza di Domenico De Masi. È l'auditorium di Ravello, il cui progetto è stato da Niemeyer regalato alla città e recentemente completato dopo fatiche inenarrabili per superare l'opposizione sorda di ambientalisti, soprintendenze e burocrazia di ogni tipo che non riuscivano a capire che un buon edificio migliora e non peggiora il paesaggio.


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