Progettazione e Architettura

Il lanificio diventa museo di se stesso

Luigi Prestinenza Puglisi

Il recupero dello stabilimento Conte di Schio firmato dallo studio Zordan - Pur rimanendo identico a se stesso, l'edificio ha rinegoziato le proprie relazioni con il contesto circostante e con il vecchio sistema distributivo

L'intervento di Marco Zordan al lanificio Conte di Schio poneva tre problemi.
Il primo era recuperare a destinazione museale solo il primo piano (e gli accessi a questo al piano terra) senza compromettere gli interventi successivi che avrebbero interessato gli altri piani dell'edificio: la restante parte del piano terreno destinato a spazi commerciali, il secondo piano ad uso direzionale e il terzo ad uso residenziale.
Il secondo era valorizzare la roggia Maestra, e cioè il canale d'acqua, che corre dietro il manufatto edilizio e che nel passato forniva l'energia per attivare le turbine e quindi l'attività produttiva di questo e di altri lanifici della zona.
Il terzo era costituire un percorso di attraversamento che passasse all'interno del lanificio Conte, scavalcasse la roggia e collegasse al nuovo polo anche altri manufatti industriali e in particolare un capannone coperto a shed che è in corso di trasformazione e di ristrutturazione. Un attraversamento considerato strategico perché serve a meglio collegare l'area di intervento con altre ugualmente interessate a fenomeni di riqualificazione quali l'ex lanificio Lanerossi per il quale è previsto un progetto dello studio Gregotti.

Da qui la scelta dello studio Zordan di collocare al piano terreno del lanificio due ingressi posti alle due estremità e concepiti come snodi.
Il primo ingresso è stato collocato nella zona in cui sono ancora visibili i vecchi macchinari che generavano la forza motrice del fabbricato. Per meglio valorizzarli Zordan organizza un percorso che passa prima accanto e, poi, sopra le turbine, ricorrendo all'espediente di un solaio vetrato. Da qui, attraverso un'ulteriore scala in ferro, si arriva al primo piano dove è ubicato il museo. La passeggiata, concepita come una promenade architecturale, consente la vista della roggia attraverso le finestre che si incontrano.
Per l'altro ingresso Zordan prevede uno snodo a più livelli. Dall'ingresso si sale la scala che porta alla quota del ponte che attraversa la roggia. Oltrepassato il ponte, si salgono altre scale che portano all'altezza del capannone con tetti a shed e, infine, attraversando la roggia in senso contrario, al primo piano dell'edificio dove è ubicato il museo.
Raggiunto sia dal lato dell'ingresso Turbine che da quello dell'ingresso Ponte, al primo piano si trova il museo. Che è valorizzato recuperandone la struttura novecentesca ( interessante perché fatta da un solaio in legno poggiato su esili colonne in ghisa) ed evitando il proliferare di segni contemporanei. Operazione che ha comportato un'astuta collocazione degli impianti, a partire dal blocco dei servizi igienici, addossato nella zona dove è ubicata la scala che serve i due piani superiori. La collocazione di questo nucleo , oltre a evitare di dar fastidio alla sala principale scandita dai pilastrini in ghisa, permette di delineare un'altra sala verso l'ingresso Turbine che può essere adoperata autonomamente.

La riduzione al minimo dei segni utilizzati per intervenire nel lanificio Conte permette di valorizzarlo facendolo diventare museo di se stesso. Un'operazione che sarebbe stata impossibile ricorrendo a tecniche di intervento più pesanti con uso, per esempio, di contropareti e controsoffittature. E che invece ha richiesto la manipolazione dello spazio. Pur rimanendo identico a se stesso, l'edificio ha rinegoziato le proprie relazioni con il contesto circostante e con il vecchio sistema distributivo, imponendo alle utente percorrenze che permettono di meglio raccontarlo. Un metodo di restauro architettonico che, ci sembra, fertile e in linea con la buona scuola del restauro italiana: in cui l'architetto, pur conservando, interpreta, suggerisce e riattualizza, riorganizzando in forma di racconto un edificio che, altrimenti, ci apparirebbe come una semplice giustapposizione di parti.


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