Progettazione e Architettura

Capitanucci: «Negli studi donne in gamba ma trasparenti dal punto di vista mediatico»

P.P.

Scrive Maria Vittoria Capitanucci, 44 anni, critico e storico dell'architettura, Politecnico di Milano. Tra le sue ultime pubblicazioni il volume Skira dedicato alla Nuova Milano

Per le donne che praticano la professione di architetto vi sono certamente ancora oggi delle difficoltà oggettive da dover affrontare: difficoltà ad essere ascoltate. Da numerose testimonianze di colleghe ritorna spesso la questione di non essere prese adeguatamente sul serio, di non incutere abbastanza rispetto, soprattutto in cantiere, ma anche in ambiti differenti come nel caso di certe committenze 'istituzionali' o gerarchizzate, dove l'aspetto socio culturale non è più una possibile - anche se comunque non accettabile - giustificazione. Poi, in seconda battuta, però, sembra che tutte riescano a riappropriarsi del proprio ruolo e della propria posizione professionale procedendo dritte nel proprio incarico. In campo accademico, che è poi il mondo che mi trovo a frequentare più da vicino, come storica dell'architettura, pur essendo architetto a tutti gli effetti, posso invece dire che non vi sono discriminazioni evidenti di questa natura, ma mi chiedo anche: quanti professori ordinari donne in composizione architettonica e responsabili di laboratorio progettuali in generale si conoscono? Un numero sicuramente consistente ma non paragonabile a quello maschile. Quanti Rettori? Quanti progettiste che sono a anche docenti?

Per identificare le donne-architetto che passeranno alla storia basta una navigata sulla rete. A Zaha Hadid e Kazuyo Sejima si aggiungono Cini Boeri e (ora che ci ha lasciati) anche Gae Aulenti, tra l'altro spesso stata al centro di critiche feroci durante la sua lunga e sfaccettata attività professionale, alla quale in ogni caso si deve la forza e la caparbia ostinazione di essersi fatta valere in un mondo di uomini, quello della sua generazione. Le prime due, a mio parere, lasceranno e hanno già lasciato un bel segno nella nostra storia dell'architettura contemporanea, aldilà di ogni volontà di collocarle all'interno di un condivisibile, o meno, star system. A loro si può affiancare la francese Odile Decq. Poi si aggiungono in Spagna Carmen Pinos e Benedetta Tagliabue che proseguono con bravura la bella avventura progettuale iniziata con il grande Eric Miralles. Da noi finalmente è stata premiata alla carriera Giuseppina Grasso Cannizzo, intellettuale raffinata e brava progettista ma poco conosciuta e molti di nicchia, bravissima ma non so quanto questo suo lavoro di cesello intellettuale possa avere una reale ripercussione nelle visioni future dell'architettura.

La cosa grave, però, é che per trovare altre illustri progettiste si fa una certa fatica: ci sono irlandesi Grafton (le autrici in Italia del notevolissimo ampliamento dell'università Bocconi, premiate quest'anno anche alla Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venenzia) che certo hanno anche loro parecchio faticato a raggiungere una certa notorietà, dal momento che sono ormai delle professioniste mature. Studi di sole donne o in cui la fondatrice è una donna non ce ne sono molti, fa eccezione la romana Carmen Andriani (che ha dato un apporto importante anche al mondo accademico), lo studio romano Labics con Maria Claudia Clemente, ma poi quasi tutte lavorano in tandem con qualche uomo. Anche in queste caso vi sono due mondi: quelle bravissime tanto quanto i loro partner ma trasparenti sul piano mediatico - solitamente quelle che sono anche mogli- o quelle che invece nonostante tutto riescono ad essere riconosciute nel loro ruolo. Quest'ultimo è il caso dello studio bresciano ABDA con Giulia De Apollonia partner di Camillo Botticini, dei bravissimi italo-viennesi, con studio a Berlino, Kuehn-Malvezzi, con Simona Malvezzi socia dei due fratelli Kuehn, i più giovani italiani in Spagna MAB Arquitectura con Floriana Marotta e Massimo Basile, la veneziana Segantini dello studio C+S con Cappai. In ambito internazionale tra gli altri la Hutton di Sauerbruch &Hutton e Annette Gigon di Gigon& Guyer.

Il mondo del design è, a mio avviso, meno ostile all'universo femminile rispetto a quello più propriamente architettonico, Patricia Urqiuola rimane uno degli esempi più interessanti negli ultimi decenni con il suo design personale ma figlio dei Castiglioni e dei Magistretti con all'attivo anche interni di tutto rispetto.

Ma nell'esordio della modernità ci restano pochi esempi. Poche donne che hanno dovuto esprimere una forza quasi maschile, una capacità di imporsi doppia rispetto a quella di qualsiasi uomo e collega: Lina Bo Bardi, Anna Castelli Ferrieri, Charlotte Perriand, Margherita Sarfatti (non era architetto ma ha avuto per l'architettura italiana 'moderna' un ruolo sostanziale influenzando Mussolini nelle sue scelte prima a favore del novecentismo, movimento da lei fondato, e poi del razionalismo di Terragni e Lingneri) poi persino nel Bauhaus quelle donne libere e aperte ai movimenti più radicali, allora considerate alla stregua degli uomini, nel tempo e nelle storie dell'architettura sono poi state ricondotte al loro ruolo di moglie e compagne di (penso alla Albers o alla Delaunay).

L'idea di un plus tutto femminile è una visione che non condivido. Si deve giudicare la capacità professionale e trasmettere ai nostri figli il concetto di parità e non di quote rosa.
Un'ultima riflessione: in ambiente ingegneristico, storicamente meno 'femminile' rispetto a quello dell'architettura, oggi si riscontra con chiarezza una presenza femminile molto ben strutturate nel contesto sia professionale sia accademico; è come se negli ambienti ad alto tenore tecnologico e scientifico l'universo femminile stia riscontrando riconoscimenti oggettivi e l'inserimento è ormai un fatto che si sta sempre più consolidando.

Tra gli ultimi lavori di Maria Vittoria Capitanucci una ricerca sulla Nuova Milano, con una pubblicazione edita Skira.


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