Progettazione e Architettura

Tradati: «Aulenti, quando i vezzi dimostrano la voglia di iniziare sfide, uscendo dall'architettura in senso stretto»

P.P.

Scrive Susanna Tradati (39 anni, Nemesi). Tra i progetti più recenti dello studio Nemesi il nuovo headquarter Eni a San Donato Milanese, frutto di un concorso internazionale e vinto con Thom Mayne

Quando ho sentito della morte di Gae Aulenti mi è venuto un velo di tristezza per la scomparsa di una donna e professionista sincera e vitale. Aulenti e i suoi coetanei incarnavano una generazione di architetti italiani che ha vissuto a pieno la Milano euforica degli anni ' 50 e ‘60: la Milano in cui si respirava l'architettura, e in cui l'Università era più vicina al mondo del lavoro di quanto non lo sia oggi. Lei, in un mondo di uomini, così sbarazzina e libera.

Personalmente non ho mai amato troppo la sua architettura, ma è riuscita a tracciare una strada con una voce fuori dal coro e a convincere prestigiosi committenti italiani ed internazionali che le hanno assegnato incarichi di rilievo. A Tokyo ho visitato il suo Istituto di Cultura Italiana, e l'ho trovato elegante e austero, riscattato però da un tocco di leggerezza, quasi un vezzo: quel colore rosso acceso che ne caratterizza i prospetti e tesse la trama delle finestrature. Quel "vezzo" le è costato molte contestazioni anche dopo la realizzazione dell'edificio, criticato da molti proprio per quel colore sfacciato. Mi sembra di riconoscere una voglia mai sopita di indipendenza e determinazione a seguire l'intuito e la propria strada, e quel tocco, sdrammatizzante, è proprio quello che a mio parere riscatta l'edificio dalla troppa seriosità e gli conferisce un carattere distintivo. Mi piace pensare che questi "vezzi" siano frutto del carattere e della voglia di iniziare nuove sfide, anche uscendo dall'architettura in senso stretto, come ha fatto Aulenti quando ad esempio ha collaborato con il teatro di Ronconi.

Le donne-architetto che lasceranno un segno? Sono quelle che non seguono gli schemi, le mode, le correnti, capaci di personalizzare la loro architettura con la propria sensibilità personale e la propria identità locale , con la forza, la combattività e la freschezza derivante dall'essere ancora un po' pioniere rispetto agli uomini, nel mondo dell'architettura.

Un esempio di donne che a mio parere hanno lasciato un segno in Italia sono le
Grafton Architects, con il progetto della sede Bocconi a Milano. Il loro progetto attento e sensibile al contesto in cui è collocato, è un'opera di tessitura del'architettura con l'intorno entro cui è collocata, niente a che vedere con dimostrazioni muscolari di imposizione del segno oltre e al di là del luogo.

La difficoltà principale per le donne-professioniste è coniugare gestione degli impegni lavorativi e familiari. Le donne dovrebbero associarsi e fare richieste congiunte e mirate.
Il plus delle donne? Lo spirito di collaborazione e la voglia di portare risultati di qualità senza dover affermare indispensabilmente il proprio prestigio personale. Sono tante le donne poco note che animano la squadra negli studi di architettura noti, e che spesso si accollano anche gli oneri meno piacevoli, contribuendo in modo essenziale al successo dell'attività professionale.

Tra i progetti più recenti dello studio Nemesi il nuovo headquarter Eni a San Donato Milanese, frutto di un concorso internazionale e vinto con Thom Mayne


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