Progettazione e Architettura

Bolelli: «Poche le donne-dirigenti nei Ministeri che si occupano di grandi opere»

P.P.

Scrive Lorenza Bolelli (staff Assessorato all'Urbanistica Comune di Roma)

Le architette che più di altre si sono distinte tra negli ultimi 50 anni, a livello internazionale, sono purtroppo veramente poche. Questo non perché sono mancate figure significative, quanto piuttosto perché è il risalto che viene dato o meno al loro lavoro da parte dei media che le ha rese più o meno conosciute nel panorama nazionale e internazionale.

Partirei con l'energia e l'impegno civile espressi nell'architettura contemporanea con i lavori di Lina Bo Bardi; mi ha sempre affascinato la sua figura di donna-architetto-moglie e musa, un ruolo ecclettico che ha saputo conquistare il mondo della sperimentazione architettonica degli anni '60 e '70 con il lavoro dei primi architetti brutalist, convincendo del suo genio e della sua forza creativa anche le patinate riviste di architettura che, anche se tardivamente, hanno dedicato a questa figura rassegne e un'ampia letteratura. Soprattutto di Lina Bo Bardi mi è piaciuta la forza allegra dell'architettura delle sue opere a San Paolo intrise sempre e comunque da una vocazione sociale e comunitaria.

Indubbiamente Gae Aulenti ha rappresentato, soprattutto tra gli anni '70 e '90, una figura importante di architetto che ha saputo inventare e innovare l'architettura e il design, distaccandosi dai linguaggi dell'international style europeo per approdare a linguaggi più originali e innovativi (anche se a, parere mio, sono talvolta stati troppo tesi a sposare la causa del post modernismo senza riuscire ad uscire da alcuni schemi ripetitivi che ne hanno ingabbiato il linguaggio architettonico). Ritengo che il suo lavoro sia stato maggiormente innovativo nel design più che nell'architettura vera e propria anche se, forte di una committenza illuminata colta e, in molti casi istituzionale, ha potuto disporre di un palcoscenico straordinario per le sue realizzazioni.

Ultima ma non ultima è Zaha Hadid che ha saputo, anche con l'apporto di preziosi collaboratori come Patrick Schumaker, destabilizzare il linguaggio dell'architettura e superare il lavoro degli amici-maestri (Rem Koolhaas), riuscendo a coniare un linguaggio architettonico fluido, elegante e di grande impatto iconico. Nelle sue architetture si percorrono i spazi come se si fosse trasportati da un tapis roulant. Si è saputa imporre in un mondo di architetti maschi molto star system ed è riuscita con alcuni azzeccati progetti come la Centrale dei Vigili del Fuoco al Vitra Museum, il Phoeno Scienze Center a Wolfsburg o il Museo per le Arti Contemporanee del XXI° secolo di Roma a legare sempre più l'architettura al design facendo sembrare le sue opere degli enormi object (più che vicina alle forze suprematiste e costruttiviste dell'architettura dell'inizio secolo, la ritrovo più simile a Claes Oldenburg nelle sue migliori opere Pop).

Almeno due di queste tre non ci sono più. Attualmente non vedo altre figure contemporanee con una tale forza narrativa (di cui, come nel caso dell'Aulenti, non ne condivido il risultato), piuttosto penso invece che manchino donne architetto che in questo momento vogliano sperimentare linguaggi più poveri, meno spettacolari e magari economicamente ed ecologicamente sostenibili, per intenderci non c'è una "Shigeru Ban donna", o forse se c'è ma per i nostri mezzi di comunicazione di massa non è interessante.

Per la mia esperienza le difficoltà non si trovano tanto nella libera professione ( dove si valorizza molto di più l'aspetto creativo e risolutivo dei problemi e dove donne e uomini oggi competono alla pari) quanto nelle istituzioni e nei ruoli pubblici di un certo livello, ancora appannaggio di architetti maschi, dove ancora il potere delle relazioni e del "Governo del territorio" appartiene, come nelle antiche famiglie feudali legate al potere della terra, al ruolo maschile. Poche sono infatti le dirigenti donne sia nei Ministeri dedicati alle grandi opere architettoniche e negli assessorati italiani (a parte qualche realtà come Milano), unica eccezione il Ministero per i beni culturali perché si parla di beni da tutelare e norme da applicare, ma la filiera che sta sopra ai loro ruoli spesso è maschile.

Le donne storicamente occupando ruoli che si sono sempre più frantumati in mille rivoli: mogli, madri, professioniste. Hanno dovuto trovare risorse continue per far sopravvivere i loro progetti e le ambizioni. Questo ha indubbiamente inciso sia sulla preparazione universitaria ma anche sulla fantasia con cui vengono affrontati i temi progettuali dalle professioniste donne, perché è un po come nella vita di tutti i giorni: occorre sempre trovare una via di uscita per non soccombere. Oggi non ci manca "la stanza tutta per noi" come scriveva brillantemente la Wolf, il rischio è però quello di averla troppo stretta a tal punto da non poter respirare
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