Progettazione e Architettura

Se ne va un epigono dello stile postmodernista ma anche un testimone dell'Italian Style

Luigi Prestinenza Puglisi

Gae Aulenti era, con Renzo Piano, Massimiliano Fuksas, Mario Bellini, Vittorio Gregotti, Alessandro Mendini uno dei pochi architetti italiani viventi conosciuti dal grande pubblico. L'unica donna. E forse l'unica che un profano saprebbe citare anche allargando l'orizzonte temporale.

Non credo infatti che progettiste come Lina Bo Bardi, Franca Helg o Egle Trincanato abbiamo una notorietà che vada oltre la cerchia degli addetti ai lavori. Sicuramente un motivo d'orgoglio in una professione che, sebbene oggi registri più iscritte che iscritti nelle facoltà di architettura, è ancora e più che in altri settori gestita da uomini.

Gae Aulenti nella sua lunga e operosa attività ha realizzato, infatti, opere molto importanti e note internazionalmente quali la ristrutturazione della Gare d'Orsay a Parigi e di Palazzo Grassi a Venezia. Altre, quali la ristrutturazione della stazione Cadorna a Milano, ubicate in punti nevralgici delle città. Altre in luoghi simbolicamente strategici quali le Scuderie del Quirinale a Roma. Altre, infine, legate all'orgoglio nazionale quali l'Istituto Italiano di cultura a Tokyo.

Essere un punto di riferimento per le donne architetto e una protagonista dell'Italian Style non è cosa da poco. E crediamo che questa sia la più importante eredità culturale della Aulenti.
Diverso è però il discorso se si passa a una valutazione qualitativa delle opere, che lasciano molto perplessi. Ovviamente non perché siano state realizzate da una donna, ma perché partecipano di un clima culturale neostoricista e postmodernista.

Nella Gare d'Orsay: la grande navata centrale è scandita da curiose superfetazioni troppo grandi per passare inosservate e troppo piccole per ospitare degnamente i magnifici quadri ottocenteschi. Troppi segni, alcuni in un curioso stile pop assiro-babilonese, disturbano il visitatore. Manca unità spaziale tra le sale ai piani inferiori e superiori. A Palazzo Grassi ( per fortuna oggi rinnovato con una operazione di restyling firmata da Tadao Ando) c'era un gioco a mio avviso insopportabile tra lo spessore delle pareti posticce che servivano a far passare gli impianti e l'inconsistenza, apparentemente voluta, delle stesse in corrispondenza degli architravi delle porte.

E anche nelle opere più riuscite, come nella sistemazione delle gallerie contemporanee all'interno del Centro Pompidou a Parigi, l'osservatore poco riesce a capacitarsi di come si sia potuto suddividere in modo così statico un museo che, invece, era stato pensato per essere dinamico e flessibile.

La sensazione che, comunque, si ha in tutte le opere della Aulenti è di una attenzione eccessiva al disegno e scarsa per la dinamica spaziale, di uno sbagliato connubio tra austerità e decorativismo e sovente di un cattivo gusto che punta verso il kitsch. Caratteri questi che risultano invece e a volte la carta vincente della progettista. Piacciono infatti al pubblico e contribuiscono alla popolarità dell'opera. Come la scala in stile barocco che troneggia dentro le scuderie del Quirinale: molto apprezzata da visitatori che poi non riescono, nell'altra e moderna scala vetrata dell'uscita, a percepire quanto le sezioni in ferro siano inutilmente esagerate.


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