Progettazione e Architettura

Architettura e industria: come nasce la «fabbrica utopica»

Stefano Casciani

Superato il modello olivettiano, i luoghi di lavoro possono ambire a diventare rappresentazione di un'architettura più «esistenziale» e meno retorica

Un osservatore alieno che arrivasse a Roma, o a Milano, per un atterraggio d'emergenza sulla Terra (normalmente sconsigliato dalle mappe extraterrestri) troverebbe una curiosa situazione. In un Paese dove più di altri, attanagliati in una morsa senza vie d'uscita imprenditori e lavoratori lottano ogni giorno per la sopravvivenza, la politica – intesa come luogo possibile di progetto sociale – è del tutto latitante sulla qualità del lavoro, su cosa sono oggi e su cosa saranno in futuro la sua organizzazione, i suoi spazi, i suoi edifici e le sue architetture. Inutile dire su cosa è invece impegnatissima.
Il discusso padiglione italiano alla Biennale d'architettura di Venezia, quest'anno, ha avuto se non altro il merito di sollevare il problema; quello che non è riuscito a dire, o almeno non abbastanza, è che in mancanza di qualsiasi politica istituzionale di sostegno alla crescita – anche in un governo che a parole dichiara di voler «Salvare l'Italia» – l'impresa piccola, media o grande si è rassegnata a cancellare i propri obiettivi di sviluppo, anche in senso fisico: oppure ad agire isolatamente, coraggiosamente, per realizzare quanto progettato.

Come sempre, le eccezioni sono più interessanti della regola: esistono ancora imprenditori che credono in una funzione sociale dell'impresa e del lavoro.
Non sono molti, ma quando a questa visione etica si aggiunge in loro una visione più ampia di cosa significhi produrre, e costruire per produrre, i risultati fanno ancora sperare che esista e che sia praticabile una via alternativa al lamento o alla disperazione: in cui l'architettura e gli architetti possono svolgere un ruolo centrale nella configurazione dello spazio di lavoro come luogo dell'interazione sociale.
Superato il modello olivettiano di un'impossibile ricomposizione del conflitto di classe, attraverso una sorta di egualitarismo architettonico e perfino urbanistico, la nuova «fabbrica utopica» è piuttosto quella che tenta di risolvere più contraddizioni possibili.

Così nell'insediamento Technogym® Village, (vedi fotogallery ) recentemente completato a Cesena, Antonio Citterio e Patricia Viel hanno l'occasione di mettere in comunicazione due mondi: quello un po' sfolgorante e glamour di un'industria che della fitness, o meglio wellness (la condizione del corpo tanto effimera quanto ricercata), ha fatto la ragione profonda del suo importante successo e quello meno glamour, ma altrettanto vitale, delle molte centinaia di persone che per riprodurre e moltiplicare questo sogno di bellezza lavorano.
Gli insediamenti produttivi vengono guardati con sospetto da una popolazione viziata dal Nimby (acronimo inglese per Non nel mio cortile), immersa nel sogno di un impossibile, nostalgico ritorno a un paesaggio bucolico? Allora la fabbrica, sul fronte più visibile verso l'autostrada, sarà segnalata da una serie di basse colline artificiali, un buffer verde, come lo chiamano i progettisti, che contemporaneamente limita l'impatto sonoro dell'infrastruttura, sottolinea l'andamento formale dell'edificio e dichiara l'intenzione di sostenibilità del complesso. Lo spazio della produzione si porta dietro il retaggio d'immagine della dura condizione dell'officina, segnata da un'altrettanto dura crudezza dei materiali? Lo stabilimento per la costruzione delle attrezzature è realizzato con una grande copertura ondeggiante, con struttura in legno lamellare, materiale che ritorna nelle strutture e nella facciata continua (in legno e vetro) dell'edificio per uffici. La storia dell'industria è tradizionalmente fatta di luoghi gerarchici, dall'operativo al direzionale, dal think-tank alla manifattura, gerarchia difficile da mettere in crisi anche nel progetto più progressivo? Il Village ha il suo punto di equilibrio, sia dal punto di vista compositivo che come esperienza quotidiana dei lavoratori, nel Wellness Center: un edificio a pianta ellittica di grande superficie, con palestra e piscina, immerso nel parco e collegato agli uffici in prossimità dell'ingresso principale, a cui tutti i dipendenti possono accedere, senza distinzioni di ruolo. Certamente in questa configurazione dei diversi spazi dell'insediamento ha molta importanza anche la funzione rappresentativa. Così come il buffer verde è anche un forte segnale della presenza dell'azienda e l'edificio per gli uffici un simbolo della dinamica aziendale, il Wellness Center è anche una grande macchina dimostrativa, fatta di tante "macchine ginniche" funzionanti con il corpo vivo dei collaboratori: ma l'idea di un'accessibilità aperta a tutti ha anche molto a che fare con una visione più democratica dell'impresa, dove sapere tecnologico e sapienza produttiva sono il terreno d'incontro tra la capacità di sviluppo dell'imprenditore e l'intelligenza creativa dei collaboratori.

Vengono in mente altre esperienze recenti d'architettura fondate su principi analoghi, intorno a un'idea di lavoro come vita comunitaria, forse un po' paternalista, come i recenti headquarters Diesel (vedi fotogallery ) a Breganze: opera a più mani (dall'architettura dello Studio Ricatti all'interior design di Paolo Mantero con Jacobs Italia) sono anch'essi un congegno per l'innovazione e la gestione di una materia tanto effimera quanto essenziale per l'economia italiana, come la moda. Uffici, spazi espositivi, un auditorium, un asilo, una mensa, un fitness center prefigurano la possibilità di un'esistenza dei lavoratori con e non malgrado l'impresa. Il linguaggio architettonico rimane negli standard della corporate image, ma la mitezza degli interni si apre a una sensibilità talvolta domestica, cerca l'equilibrio possibile tra organizzazione del lavoro e vissuto quotidiano, evoca un immaginario Eden sostenibile con le gigantesche pareti vegetali della hall: perfino gli spazi per i gruppi creativi, normalmente rinchiusi nel tentativo di mantenere improbabili segreti, risultano più permeabili, lasciano intravedere il processo di invenzione del prodotto come un atto collettivo, invece che pratica isolata e un po' inutilmente segreta.

Certamente ogni storia di progetto per l'industria è particolarissima e individuale, e queste esperienze non fanno eccezione. Anche se non possono essere intese come modelli riproponibili, con la loro tensione a integrare standard e individualità, risparmio energetico e generosità spaziale, organizzazione e inventiva, prospettano uno scenario che va oltre l'idea e le limitazioni della crisi economica. Anche se da questa recessione il mondo non dovesse mai uscire, anche se lo sviluppo incontrollato avesse finalmente trovato i suoi limiti e il futuro si prospettasse forse povero, ma maggiormente dignitoso e democratico, l'utopia di un'architettura più "esistenziale" e meno retorica potrebbe iniziare a farsi strada. Sembrerà strano citare, in conclusione, a distanza di molti anni, le parole di un maestro come Bruno Zevi – amato e odiato da generazioni di architetti – ma meglio di molte altre queste sembrano cogliere, ancora attuali, la vera esistenza degli edifici: «…l'architettura non è solo arte (…) è anche e soprattutto l'ambiente, la scena ove la nostra vita si svolge».


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